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    Sostenibilità per Azioni

    La sostenibilità non si dice, si fa

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Dal 1997 promuoviamo il cambiamento per la sostenibilità attraverso l’innovazione sociale. Dalla ricerca alla pratica, per trasformare il pensiero in azione. Perché la sostenibilità non si dice, si fa.

Ricerca & Sviluppo

Svolgiamo attività di ricerca per contribuire alla diffusione di pratiche innovative capaci di generare un cambiamento verso la sostenibilità

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Incubazione

Svolgiamo attività di incubazione all’imprenditoria sociale, grazie al nostro incubatore Make a Cube³ che seleziona e forma startup innovative

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Ridiamo vita a spazi abbandonati in modo creativo e partecipato, per trasformare le funzioni industriali in servizi per la comunità

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LA CREATIVITA’ E’ L’INTELLIGENZA CHE SI DIVERTE

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Il nostro Blog

La CSR spiegata a un bambino

6 settembre 2016
Una mattina di un torrido giorno dell’ultima estate mio figlio di 4 anni mi ha fatto la domanda che speravo non mi facesse mai. Temuta, elusa, rinviata per settimane. Sapevo sarebbe successo. “Papà, ma tu che lavoro fai?”. Una vampa, una breve apnea, prendo tempo per costruire un discorso sensato, ma la prima risposta che mi esce è quella standard. “Faccio il consulente per la sostenibilità delle imprese e delle grandi organizzazioni”. Mi guarda con gli stessi occhi di Carlo, il pesce rosso arrivato dal futuro che rotea se stesso e i suoi occhi nella boccia sullo scaffale della libreria del soggiorno. “Che lavoro fai” è una delle domande che temo di più. Non dite a mia madre che faccio il consulente, lei mi crede pianista in un bordello. Quando il barbiere, o un qualunque interlocutore che fa del discorso forzato parte della propria professione arriva alla questione, di solito evado: a volte consulente (- “Consulente finanziario?” – “Esatto” – “Certo che questa crisi…”), a volte mi occupo di comunicazione (- “Giornalista?” – “Esatto”), una volta sono stato ingegnere ambientale, rischiando grosso perché anche il mio interlocutore lo era e ho pregato non mi chiedesse nulla sull’estimo o la tecnologia dei materiali. Più spesso impiegato, che oltre ad essere tecnicamente vero, è quella professione che riporta all’immaginario collettivo del ragionier Ugo Fantozzi e concede all’interlocutore trenta secondi di superiorità intellettuale. Quando ho rinnovato la carta d’identità, un paio d’anni fa, la signora dell’anagrafe mi chiede: “Che lavoro fai?”, ed io, come al solito tentennando, rispondo “consulente”, lei annuisce, mi stupisce, abbassa la testa sul computer, registra. Mi consegna la carta d’identità, la apro, controllo: Professione: studente. Aveva sentito male. L’ho tenuta così. Ebbene sì, faccio il consulente. Colui che suggerisce, aiuta a costruire, quando è ispirato mostra percorsi nascosti, viene pagato per esprimere un’opinione (di solito circostanziata, motivata e garantita da basi metodologiche). Bene, questa era la parte facile. Consulente di sostenibilità. Figlio mio, la sostenibilità è quella cosa che è talmente naturale e semplice che è impossibile da spiegare. Come l’amore, come la gioia. E’ una questione di buon senso. Agire assumendosi le responsabilità delle proprie azioni e delle relative conseguenze, di fronte a se stessi e di fronte alle persone che ti stanno intorno e che in qualche modo contribuiscono alla tua vita (sarebbero gli stakeholder, ma l’ho fatta breve). Sostenibilità, come il sustain della chitarra: capace di durare nel tempo, capace di futuro (“capace di futuro”, per me una delle definizioni più belle in assoluto). E qui mi aspetto che tu mi chieda “Papà, perché qualcuno ha bisogno di un consigliere per comportarsi bene?”. Ma non me lo chiedi grazie al cielo. Consulente di sostenibilità delle imprese e delle grandi organizzazioni. Qui vengono i casini. Significa, caro mio, che per natura – o per cultura, per il contesto in cui si muovono –  alcuni soggetti sono portati a non concepire la redistribuzione (del valore, della ricchezza, delle opportunità, eccetera) come elemento fondante del contratto civico. Significa che il profitto (più che il valore) è ancora saldamente al centro dell’agire

Cosa significa essere una banca di territorio?

25 luglio 2016
Essere “vicini al territorio” per molte banche è una specie di mantra, una formula che viene ripetuta all’infinito e diventa quasi un rumore di fondo, al cui significato non si presta più grande attenzione. Del resto, fa brutto dire che si è “lontani dal territorio”, no? Ma che cosa vuol dire, davvero, essere vicini a un territorio? Non basta avere una rete di agenzie? E poi, che cos’è un territorio? Un posto? Un luogo con dei confini definibili? O c’è, in più, un componente sociale che lo identifica? In questi ultimi mesi, abbiamo affiancato Banca Monte dei Paschi di Siena in una sperimentazione che si poneva l’obiettivo di stabilire un processo di ascolto e di relazione con alcuni stakeholder locali, partendo da una valutazione dell’attività della banca in un ambito geografico determinato. Per un primo pilota, è stata individuata l’area delle tre provincie del sud delle Marche (Ascoli, Fermo e Macerata).  Dopo una validazione del metodo, l’esperimento è stato ripetuto sulle due province umbre. Il progetto si è articolato lungo due direzioni: l’elaborazione di un bilancio sociale di territorio e l’organizzazione di un confronto facilitato con alcuni rappresentanti degli interessi economici e sociali. Il bilancio sociale di territorio consiste in un esercizio che, sulla base di indicatori economici e sociali specifici del territorio di riferimento, cerca di derivarne una caratterizzazione delle esigenze di famiglie e imprese e poi le mette in relazione con il sistema di offerta di servizi finanziari e non finanziari della banca. Il documento riporta poi informazioni anche qualitative sulle attività della banca e dà conto del suo impegno in un arco temporale di circa tre anni. L’obiettivo, evidentemente, è quello di capire se la banca stia effettivamente rispondendo ai bisogni della clientela (attuale e potenziale) e se esistano dei punti di miglioramento evidente. Il bilancio sociale di territorio, in forma di bozza, è stato presentato a un gruppo di circa venti stakeholder selezionati, nell’ambito di un incontro a porte chiuse, guidato da un facilitatore indipendente. La banca si è posta in una posizione di ascolto e ha raccolto le indicazioni del workshop, impegnandosi a prenderle in considerazione nella propria attività, a partire dalle settimane successive. Dopo il workshop, è stato organizzato un incontro aperto a tutta la cittadinanza, in cui gli stessi temi sono stati presentati e discussi con un pubblico più vasto. L’elemento di interesse del progetto è nel tentativo di applicare il processo della teoria del cambiamento (input – output – outcome – impact) a un livello micro. Questa scala di analisi consente di circostanziare la qualità sia della domanda sia dell’offerta in termini molto più precisi e quindi di individuare una corrispondenza tra bisogni e risposte in modo estremamente concreto. Mai come in questo caso, ci siamo confrontati con la dimensione “reale” della CSR, cioè sulla misura in cui un’organizzazione grande riesce ad adattarsi ad aspettative molto specifiche. Magari questo non ci consente di dire che abbiamo trovato una risposta definitiva alla domanda che cosa significhi essere una banca di territorio – ma certamente adesso abbiamo le

Hub/Spoke fa un passo in Avanzi

19 luglio 2016
Avanzi – Barra A è uno spazio di coworking e spazio eventi, che vuole continuare ad essere qualcosa di più di un semplice ufficio. E’ una specie di serra dove nascono imprese, progetti e idee, un distretto dell’innovazione sostenibile dove concepire ed elaborare soluzioni innovative per la sostenibilità e facilitarne la realizzazione attraverso iniziative, progetti e sperimentazioni concrete. Avanzi – Barra A è uno spazio dove si lavora per far succedere le cose, ed è per questo che siamo felici di annunciare la partnership con Hub/Spoke: un ulteriore passo avanti verso la creazione e il consolidamento di una rete di coworking nazionale ed europea, fondata sulla condivisione di buone prassi, contatti, competenze e professionalità. Hub/Spoke è un porto cosmopolita nel cuore di Cagliari, un coworking dove gli spoker che lo abitano possono esprimere appieno le proprie competenze, passioni e interessi, attraverso un dialogo e una contaminazione continua, che accelera la crescita professionale grazie al suo ambiente flessibile, equilibrato e produttivo. Avanzi – Barra A e Hub/Spoke hanno un intento che li accomuna: supportare imprese e professionisti attraverso servizi e attività che migliorino la qualità della loro vita lavorativa. Entrambi crediamo nei valori della collaborazione e della partecipazione, che trovano piena espressione nella cultura del coworking come ecosistema in cui i suoi abitanti collaborano per la crescita e lo sviluppo comune. Crediamo nell’innovazione sociale come mezzo per creare valore a persone, professionisti, imprese e comunità. Da questa visione comune nasce un accordo che punta a favorire la mobilità dei coworker, incentivando scambi di postazioni e informazioni, l’avvio di proficue collaborazioni e la conoscenza dei rispettivi ecosistemi cittadini. In Avanzi – Barra A e Hub/Spoke i coworker dell’ente partner potranno infatti usufruire gratuitamente di una postazione lavorativa flessibile, dove poter incontrare nuove persone, idee, progetti, professionalità. Ma questo è solo il primo passo di un percorso più lungo e articolato: l’obiettivo condiviso è di estendere l’accordo ad altre realtà, che condividono gli stessi valori e le stesse finalità, per creare una vera rete di coworking che promuova la libera circolazione di coworker, partendo dall’Italia per poter poi approdare in Europa, e spostare i confini sempre un poco più in là.

Social Value Italia: evento di lancio

13 luglio 2016
Di valore sociale si parla spesso, di questi tempi. Che cosa sia, davvero, non sono in molti a saperlo dire con esattezza – riconosciamolo. Come lo si misuri, poi, è ancora più nebuloso. Nondimeno, nella retorica di politici, amministratori, imprenditori, manager, operatori sociali, accademici, eccetera, il tema della creazione di valore sociale emerge con crescente frequenza. Questo fenomeno ha evidentemente un lato positivo: significa che si ha la percezione del fatto che l’argomento abbia una qualche rilevanza, che intercetti una domanda di conoscenza e di informazione. Ma c’è anche una componente di rischio – e cioè che, a furia di parlarne in modo confuso (in qualche caso, diciamo pure, a vanvera), il concetto finisca con l’essere svuotato di senso. L’inflazione della locuzione “valore sociale” produce un suo deprezzamento – se mi si passa il gioco di parole, una perdita di valore. Circostanza che dobbiamo evitare in tutti i modi, perché si tratta di una dimensione troppo importante per finire nel tritacarne lessicale dell’ultima moda del momento. Che fare, allora? Partiamo dal bisogno: abbiamo tutti la consapevolezza del fatto che conto economico e stato patrimoniale non sono strumenti sufficienti a rappresentare la complessità di un’organizzazione. Intercettano un pezzo del tutto. In molti casi, il pezzo meno interessante. C’è tutto un “mondo” che sfugge ai metodi e agli approcci che siamo abituati ad utilizzare per valutare un’organizzazione nella sua rotondità. Non si tratta di tradurre le variabili sociali in unità di misura economiche. Non tutto è monetizzabile – ed è un bene che non lo sia. Occorre quindi trovare diverse chiavi interpretative, che si sostanzino in nuovi metodi di analisi e di stima. Non necessariamente un metodo. Ce ne possono essere anche diversi, concorrenti tra loro, ciascuno adeguato a cogliere un aspetto del valore sociale, che sappiamo essere un concetto multiforme. Ma ognuno di questi deve essere caratterizzato da due elementi, almeno: trasparenza e rigore. Non è per il fatto che trattiamo di fattori intangibili che gli approcci possano essere approssimativi. Al contrario, proprio perché l’oggetto di stima è sfuggente, occorre che l’apprezzamento sia basato su teorie solide, applicate con serietà e coerenza. Vogliamo evitare, in altre parole, che il dibattito sul valore sociale si sviluppi in un contesto sregolato. Non si tratta di reinventare la ruota, ma di condurre un processo tentativo, fatto di miglioramenti successivi, che riescano passo dopo passo ad avvicinarci ad un traguardo che sappiamo si sposterà sempre in avanti. Questo è lo scopo per cui è nata Social Value Italia: creare un luogo di confronto e di scambio, in cui tutte le idee e le proposte siano benvenute purché tendano ad una soluzione razionale e disciplinata. Social Value Italia non sarà un’associazione professionale, non uno standard setter, non un circolo chiuso di appassionati del genere. Non si erge a custode di un sapere, ma punto a produrre conoscenza condivisa, da mettere a disposizione della collettività, in uno spirito di servizio civico. Chiunque vorrà contribuire a questo obiettivo troverà in Social Value Italia il posto giusto per farlo. Davide Dal Maso Presidente Social Value Italia Fonte: http://goo.gl/GjRlEM   L’Associazione Social Value Italia, fondata nel dicembre 2015, ha l’obiettivo di promuovere in Italia la cultura della valutazione d’impatto sociale a livello di pubblica amministrazione, organizzazioni

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Molto di più di un semplice ufficio. Abbiamo pensato a una specie di serra dove nascono imprese, progetti e idee, un distretto dell’innovazione sostenibile. Il posto più naturale dove far crescere un’impresa

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