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    Sostenibilità per Azioni

    La sostenibilità non si dice, si fa

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Dal 1997 promuoviamo il cambiamento per la sostenibilità attraverso l’innovazione sociale. Dalla ricerca alla pratica, per trasformare il pensiero in azione. Perché la sostenibilità non si dice, si fa.

Ricerca & Sviluppo

Svolgiamo attività di ricerca per contribuire alla diffusione di pratiche innovative capaci di generare un cambiamento verso la sostenibilità

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L’AVANGUARDIA DELLA SOSTENIBILITA’:

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Il nostro Blog

Get It Fair: lo strumento per una via italiana al Responsible Sourcing

6 febbraio 2019
Riceviamo da Cesare Saccani, managing director di IMCQ India e presidente della Indo-Italian Chamber of Commerce, un contributo sul tema della tutela dei diritti dei lavoratori nella catena di fornitura del settore tessile-abbigliamento. Cesare ha sviluppato Get it Fair, un sistema di gestione certificabile pensato per le imprese dei Paesi emergenti. Avanzi fa parte dello Steering Committee di Get it Fair ed è impegnata nella promozione dello standard.  Il settore tessile, abbigliamento e calzature impiega oltre 75 milioni di persone in tutto il mondo, di cui due terzi donne, e crea molti posti di lavoro, in particolare nei paesi in via di sviluppo. Il trend del fast fashionè in crescita e mette una enorme pressione sui lavoratori nei paesi di produzione. I produttori tessili nei paesi in via di sviluppo sono costantemente esposti a pratiche di acquisto aggressive del commercio internazionale all’ingrosso e al dettaglio, anche a causa dell’agguerrita concorrenza globale. La segmentazione globale delle catene di fornitura presenta i più alti rischi di impatti avversi sui diritti umani, la sicurezza, l’ambiente e le comunità locali. Quando compriamo una maglietta in Europa, essa può essere stata cucita in Cambogia, utilizzando tessuti realizzati in Cina da cotone raccolto in Uzbekistan e colorata con prodotti Indiani. Dopo una serie di drammatici eventi accaduti in ogni paese dell’Asia, il cui simbolo è il crollo del Rana Plaza (una palazzina di sette piani crollata improvvisamente a Dhaka – Bangladesh – in cui sono morte oltre 1100 persone e 2500 ferite) è cresciuta la consapevolezza e l’attenzione in tutto il mondo sulle condizioni di lavoro in cui i capi d’abbigliamento e le calzature sono prodotti. Le scelte individuali fatte da consumatori in Europa possono avere conseguenze che impattano sensibilmente sulle vite di lavoratori, sull’ambiente e sulle comunità in diversi paesi nel mondo. Una recente ricerca realizzata da PWC ha evidenziato che le nuove generazioni di consumatori, Millennial e Gen Z, sono sempre più interessate a sapere dove e in quali condizioni sociali, ambientali e di sicurezza sono prodotti i capi che acquistano. Sostenibilità e responsabilità sociale stanno diventando un elemento preferenziale di scelta. L’etichetta è considerata il supporto di comunicazione più importante per avere informazioni puntuali al momento dell’acquisto. Anche le Istituzioni Internazionali e i Governi Nazionali stanno avviando politiche strategiche per limitare le distorsioni della globalizzazione. L’OCSE ha pubblicato una “Due Diligence Guidance for Responsible supply chain in the garment and footwear sector”. Il Parlamento Europeo ha chiesto alla Commissione di predisporre una Proposta di Direttiva che obblighi i marchi occidentali di abbigliamento e calzatura a controlli più stringenti di terza parte, basati sulle linee guida OCSE, sui fabbricanti nei paesi extra-europei a cui sono affidate le produzioni. La Francia ha introdotto per legge il Devoir du Surveillance. Il Canada ha vietato per legge l’importazione di prodotti per i quali vi sia dubbio di impiego di lavoro minorile lungo la catena di fornitura. Il mondo normativo sta alzando la soglia dei controlli. Infine, occorre registrare l’enorme spinta esercitata da parte di organizzazioni no profit

Corso di formazione in Gestione Sociale dei servizi abitativi: sono aperte le iscrizioni all’edizione 2019

9 gennaio 2019
In programma a marzo 2019 la seconda edizione del corso di formazione in Gestione Sociale dei servizi abitativi. Le iscrizioni sono aperte fino al 26 febbraio 2019. Il corso “Un toolkit per la Gestione Sociale dei servizi abitativi” prende le mosse dal riconoscimento che la gestione sociale è una componente essenziale del progetto abitativo, perché l’abitare è una esperienza sociale. Una gestione efficace del patrimonio abitativo, sia per comparti di proprietà pubblica, che per insediamenti di housing sociale o di altre forme di offerta abitativa sociale, richiede una attenzione specifica agli aspetti di prossimità, relazione e coesione, al trattamento anticipato dei conflitti. La prima edizione del corso si è svolta a Milano nel mese di novembre 2018 e ha coinvolto 16 partecipanti, che lo raccontano così:   Il corso si distingue per l’approccio interdisciplinare e il taglio fortemente operativo e ha l’obiettivo di trasferire e condividere competenze relativamente alla gestione sociale dei servizi abitativi, verso la promozione di un profilo professionale nuovo che riflette la dimensione integrata e place-based di questo ambito di gestione, a partire dal riconoscimento delle varie modalità con cui, nel tempo, la gestione sociale è stata intesa e attuata. Lo svolgimento del corso sarà improntato alla massima interazione, con testimonianze, visite a casi rappresentativi e project work. Il corso è rivolto alle pubbliche amministrazioni, ai Piani di Zona, alle Agenzie Casa Regionali; a soggetti gestori privati (cooperative sociali, cooperative edilizie, etc.) e aspiranti soggetti gestori; a singoli professionisti che, pur con interessi e ruoli molto diversi, saranno accompagnati nello sviluppo delle competenze e nell’acquisizione degli strumenti chiave per l’attuazione di un progetto di gestione sociale. Per informazioni e iscrizioni > formazione@avanzi.org  

I gilet gialli e la transizione giusta

8 gennaio 2019
La rivolta dei gilet gialli, in Francia, è stata innescata da una misura di fiscalità ambientale (alcuni dicono una misura di fiscalità mascherata da ragioni ambientali, ma è lo stesso), l’aumento del prezzo della benzina. L’idea del governo, condivisibile in via di principio, è che occorra scoraggiare l’uso dei mezzi di trasporto che causano maggiori emissioni inquinanti. Come tutte le imposte indirette, questo tipo di tributi pesa di più sui ceti meno abbienti, perché non sono collegati al livello di reddito. Comprensibile, quindi, che abbia suscitato la reazioni delle periferie sociali. In Italia, il Governo aveva annunciato di voler imporre una tassazione più alta per i veicoli a maggior impatto ambientale. Poi, nella versione finale della legge di bilancio, la misura ha assunto una forma molto diversa, ma il solo fatto di averla pensata ha scatenato proteste e minacce, più dal fronte  dall’industria (e degli enti locali preoccupati per le ricadute occupazionali) che dai consumatori. FCA, nel solco della tradizione Fiat, ha subito minacciato di ritirare il piano d’investimenti sui siti produttivi italiani. Casi molto diversi (soprattutto per le reazioni), ma con un punto importante in comune: quando la lotta al cambiamento climatico tocca il portafoglio, gli affilati ambientalisti tendono ad affievolirsi e a lasciare il posto ad atteggiamenti ben meno universalisti e a strenue difese dello status quo. Non che debba sorprendere, è ovvio. Ma, se vogliamo essere coerenti, occorre riconoscere alcuni punti di realtà. La premessa è che la prospettiva di una low-carbon economy non comporta solo un cambiamento del mix delle fonti utilizzate per la produzione di energia, ma una vera e propria riprogettazione dell’intero sistema produttivo. Questo significa che alcuni settori industriali e alcune filiere sono destinate a scomparire, altre ad evolvere, altre a nascere. Ma la transizione non sarà indolore. Costerà, e anche molto. Moltissime imprese chiuderanno; migliaia di persone perderanno il proprio lavoro. Altre opportunità si creeranno (nuove imprese, nuovi posti di lavoro), ma non sarà sempre possibile un semplice “travaso”, per evidenti ragioni di competenze e di modelli. Le risorse per finanziare la transizione saranno solo in parte pubbliche. Il grosso arriverà da soggetti privati, che sposteranno masse significative da asset investiti in settori destinati al declino per riallocarli verso quelli emergenti. Questo non vuol dire che le politiche pubbliche non avranno un ruolo importante – anzi: la leva fiscale, in particolare, sarà fondamentale per modificare in tempi più rapidi possibili le funzioni di convenienza degli operatori economici e finanziari. E qui torniamo ai gilet gialli: quello che ha reso tanto impopolare la misura non è tanto il fatto che fosse una tassa ecologica, ma che sia stata percepita come iniqua – che, cioè, il costo del cambiamento non sia stato distribuito secondo criteri di equità, penalizzando alcuni rispetto ad altri (nella fattispecie, i poveri della Francia rurale rispetto ai ricchi parigini). Il tema quindi è quello di una transizione giusta, cioè in grado non solo di perseguire gli obiettivi stabiliti dalle Nazioni Unite, ma di farlo in modo equilibrato. Da questo punto di vista,

Sovranismo e sostenibilità

5 dicembre 2018
La dichiarata e rivendicata natura “sovranista” del Governo italiano ha riportato in auge il dibattito sulla sensatezza e sulla praticabilità di un modello che enfatizza l’indipendenza e l’autonomia degli Stati rispetto ai grandi problemi della contemporaneità. Tecnicamente (prendo la definizione da Wikipedia), il sovransimo è una dottrina politica che sostiene la preservazione o la ri-acquisizione della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in contrapposizione alle istanze e alle politiche delle organizzazioni internazionali e sovranazionali. Il tema, in Italia, si pone soprattutto in relazione al rapporto con l’Unione Europea, il cui fondamento è appunto rappresentato, invece, da una cessione di sovranità da parte degli Stati membri. Ma, al di là della tendenza, che trascende spesso nel ridicolo, ad attribuire all’UE le colpe di tutti i mali che affliggono il nostro Paese, si registra un’avversione “a prescindere” nei confronti di qualsiasi luogo di decisione che non sia quello statale, sia che abbia una connotazione politica o tecnica o giurisdizionale. L’identità nazionale viene affermata per differenza, cioè per alterità – spesso, se non sempre, in forma conflittuale. Non voglio qui affrontare la questione in termini generali né difendere (a mia volta, “a prescindere”) la qualità del lavoro di queste organizzazioni – che pure, ovviamente, hanno i propri limiti e i propri difetti. Quello che mi piacerebbe discutere è l’adeguatezza di un approccio sovranista ai temi che meglio conosco, cioè quelli dello sviluppo sostenibile. Nei giorni scorsi, ha avuto ampia visibilità una trasmissione televisiva in cui il ministro Salvini spiegava tra le altre cose a un gruppo di alunni di una scuola primaria (sic!) che cosa intendesse per sovranismo. La sintesi del ragionamento (il video integrale è visibile qui; il passaggio citato si sente al minuto 18) è: l’Europa (ma il discorso può essere esteso a qualsiasi sede di negoziato) funziona come una classe; si parla, ci si confronta, ma alla fine ogni membro è libero di agire come ritiene giusto. L’argomento potrebbe avere una sua logica se l’oggetto del contendere riguardasse solo i singoli membri del gruppo, individualmente, e non avesse effetti sugli altri. In classe si può parlare, per esempio, di che cosa fare da grandi – e in questo caso, ovviamente, ciascuno farà le proprie scelte. Ma se la questione è a che ora fissare l’intervallo, non è pensabile che, dopo la discussione, ognuno poi sia libero di farlo quando gli pare. I meccanismi per arrivare alla decisione possono essere diversi (la stabilisce un terzo, la maestra, oppure si va per consenso oppure per maggioranza…), ma, una volta definito e applicato il metodo, l’esito deve valere per tutti. Riportato il ragionamento sui temi di sostenibilità, a mio avviso non esiste un solo serio problema ambientale o sociale che possa essere ragionevolmente affrontato e risolto a livello nazionale. Non il cambiamento climatico, non le migrazioni, non la perdita di biodiversità. Nessuno. E mi pare ridicolo anche solo pensarlo. L’isolazionismo, inteso come primazia degli interessi specifici di un Paese (ma, a ben vedere, si tratta piuttosto degli interessi

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