Il nostro Blog

Impresa e territorio: be your local hero

20 febbraio 2018
Oggi, alcune tipologie di imprese hanno di fronte a sé una nuova opportunità: rafforzare il proprio ruolo di promotori di politiche pubbliche, di attivazione di comunità, di generatori di beni pubblici, fortificando la relazione con il territorio. Dopo anni di progetti e sperimentazioni, noi di Avanzi siamo tornati a riflettere attorno ad una questione che ci sta molto a cuore: come un’impresa può configurarsi quale soggetto abilitante di pratiche di sviluppo territoriale, in particolare, in aree marginali? Per rispondere a questa domanda è necessario far dialogare due ambiti disciplinari: da un lato la responsabilità sociale di impresa, dall’altro le politiche pubbliche di rigenerazione urbana e di sviluppo del territorio. Riteniamo che in questa sovrapposizione di temi e di approcci culturali possano esserci nuove occasioni per arricchire la relazione tra le imprese e i propri territori di riferimento di nuovo senso, di progettualità e di obiettivi condivisi. Se è vero il vecchio adagio di Porter per cui un’impresa prospera solo se il territorio che la accoglie prospera (in termini di competitività, infrastrutture, competenze, solidarietà, etc.) è responsabilità (sociale) delle imprese esplorare nuovi percorsi per costruire valore condiviso territoriale? Lo sviluppo a cui pensiamo va inteso come un processo sociale e territoriale a più dimensioni. Non è quindi solo allo sviluppo economico che si allude, ma ad un processo in grado di mettere in gioco una pluralità di dimensioni/risorse (le comunità insediate, le culture presenti, le vocazioni territoriali, etc) specifiche dei diversi contesti. Se guardato così lo sviluppo è allora sempre territoriale e le azioni messe in campo per generarlo (decisioni imprenditoriali, forme di interazione sociale, trasformazioni fisiche, etc) hanno sempre una relazione con una specifica territorialità, che contribuiscono a riprodurre. Oggi sempre di più le imprese si rivolgono alla comunità come attore rilevante del processo produttivo, nelle dinamiche di open innovation e di co-progettazione di beni e servizi più vicini ai bisogni dei cittadini e dei consumatori. La funzione di produzione non considera più solo l’utilità del consumatore ma l’utilità̀ sociale, intesa come beneficio collettivo per una determinata comunità̀, che l’attività̀ di impresa è in grado di generare. Facciamo riferimento soprattutto a tipologie di imprese con due caratteristiche di fondo: Sono place based, radicate nel territorio e rivolte ai luoghi dove sono basate, con cui condividano destini e approcci. Sono caratterizzate da processi biunivoci di influenza in tema sociale, culturale e financo (con i dovuti caveat) istituzionale; Hanno a che fare (direttamente o indirettamente) con i beni comuni di quel territorio (acque, terre e paesaggi, beni storico artistici, proprietà pubbliche, intelligenza sociale e vocazione produttiva). Tali beni sono spesso elementi identitari del territorio di riferimento e al contempo variabili chiave per la localizzazione dell’impresa, impianto, stabilimento. Imprese che, in altre parole, essendo legate a filo doppio con il proprio territorio, sono chiamate a identificare nuove forme di rafforzamento della relazione con gli stakeholder locali mediante strumenti pienamente integrati ai processi di business: mettere a disposizione asset d’impresa per rafforzare asset territoriali che rafforzano la competitività dell’impresa stessa. I bisogni emergenti Le

Periferie e politiche pubbliche

2 febbraio 2018
cheFare mi ha invitato a riflettere su come le politiche pubbliche hanno definito la periferia nel corso degli ultimi anni. Raccolgo volentieri l’invito e azzardo una ipotesi interpretativa, spero utile per alimentare la discussione su un tema che è tornato, seppur in modo controverso, all’attenzione pubblica. Vedo due orientamenti: il primo riconosce delle parti di città che nomina “periferie”: su di esse disegna delle politiche, orientate a trattarne i problemi. Il secondo tende a riconoscere, in quelle stesse parti, soggetti e pratiche di innovazione; qui le politiche sono orientate a far emergere entrambi, ad abilitare i primi come attori e a trasformare le seconde in politiche pubbliche. Per il primo orientamento, le periferie sono uno spazio; per il secondo, sono un campo di azione. Claudio Calvaresi per cheFare

In partenza un master per rigenerare gli immobili pubblici a fini sociali e culturali

19 dicembre 2017
È previsto per i primi mesi del 2018 l’avvio di MARIS, Smart Master in rigenerazione urbana, focalizzato sulla Riattivazione di Spazi a fini sociali e culturali. Il master è promosso da Promo PA, Avanzi – Sostenibilità per Azioni e Make a Cube3, in collaborazione con Fondazione UniPolis, Base Milano e Kilowatt, due spazi rigenerati a Milano e Bologna dove si svolgeranno i 4 workshop del corso. Il master è stato lanciato come esito della 21esima edizione di LuBeC – Lucca Beni Culturali, e si inserisce nella riflessione già avviata nell’ambito della recente pubblicazione di Avanzi “Immobili pubblici: strategie di rigenerazione a fini sociali”, che racconta esperienze di rigenerazione che oggi ridanno vita a spazi e a porzioni di città e tocca molti dei temi che verranno trattati durante il corso, con esempi concreti, esperti del settore e testimonianze. Obiettivo chiave del master è quello di sviluppare la capacità di analisi critica e di azione fondata su esperienze già realizzate, che si costituiscano come linee guida amministrative e metodologiche nel processo di rigenerazione degli immobili pubblici a fini sociali e culturali che sta coinvolgendo tutto il Paese. MARIS è rivolto alle pubbliche amministrazioni e ai professionisti, per accompagnarli nello sviluppo di quelle competenze multisettoriali di carattere amministrativo, sociale e tecnico, indispensabili per affrontare le progettualità necessarie alla riattivazione degli immobili pubblici. Il master sarà improntato alla massima interazione, con discussioni a seguito di alcune lezioni frontali, testimonianze da parte di amministrazioni e innovatori sociali, visite a spazi rigenerati e project work. Vuoi partecipare a MARIS? Per tutte le informazioni consulta il sito, o scrivi agli indirizzi info@promopa.it e info@avanzi.org.

Il valore condiviso come leva della cooperazione allo sviluppo

26 settembre 2017
Martedì 3 ottobre 2017 | 11:00 – 13:00 Nell’ambito de Il Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale Gli SDGs hanno riportato al centro dell’agenda politica ed economica il dibattito sulla funzione sociale delle imprese. In particolare, ad esse è assegnato un ruolo da protagoniste nell’affrontare e risolvere questioni di natura sociale, attraverso leve di business. Questa prospettiva è peraltro coerente con la legge italiana di riforma della cooperazione internazionale, che affida al settore privato un ruolo da protagonista. Il tema dello shared value appare un quadro logico potente, capace di interpretare e rilanciare un diverso approccio alla creazione di valore delle imprese, aprendo ad esse nuove opportunità di mercato. Avanzi, insieme ad ospiti come FSG (società di consulenza statunitense fondata da Mark Kramer, tra i padri della teoria dello shared value), Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), ENEL e AVSI, intende identificare risposte innovative per promuovere lo sviluppo del settore privato in una logica di partnership e collaborazione. Programma 11.00 Saluto di Benvenuto e introduzione Giovanni Pizzochero, Avanzi 11.10 L’esperienza internazionale Nina Jais, Associate Director FSG 11.30- 12.10 La realtà oggi in Italia, progressi e sfide Modera Davide Dal Maso, Avanzi Intervengono: Mirko Tricoli, Private Sector Engagement and PPT Officer AICS Maria Cristina Papetti, Head of Sustainability Projects and Practice Sharing Enel Francesca Oliva, Program Manager and Energy Focal Person AVSI Foundation 12.10 Avanzi e lo Shared Value Lab Int’l Amelie Franchin, Senior Advisor Avanzi 12.30 Dibattito e conclusioni Modera Davide Dal Maso, Avanzi A call to action. Durante l’incontro Avanzi presenterà la propria risposta strategica e operativa alle opportunità che stanno emergendo per le imprese, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, nei settori della corporate citizenship e della sostenibilità.

L’Open Innovation per la sostenibilità

4 luglio 2017
Alcuni mesi fa noi di Avanzi e Make a Cube3, con la collaborazione di Trivioquadrivio e SCS, abbiamo attivato una riflessione sul tema dell’Innovazione Aperta, coinvolgendo alcuni soggetti che gravitano attorno al nostro ecosistema: grandi imprese (A2A, Acea, Autogrill, BNL Gruppo BNP Paribas, ECF Consulenza: Empowerment Consulenza Formazione, Edison, Gruppo Bancario Crédit Agricole Italia, Intesa San Paolo, Magneti Marelli, Metalog Italia, Monte dei Paschi di Siena, Oxway, Randstad, Saint-Gobain, SEA Aeroporti Milano, Terna), enti pubblici (Comune di Bologna, Comune di Milano) e startup. Le domande che ci siamo posti erano più o meno queste: come possiamo abilitare strumenti di Innovazione Aperta per soddisfare bisogni sociali? Come l’impresa può coinvolgere l’intelligenza collettiva e i soggetti innovatori (changemaker, li chiamavamo) nella risposta a questioni di natura sociale? Come abilitare l’incontro tra la domanda di innovazione (delle imprese tradizionali) e l’offerta che risiede in startup, progetti informali, microimprese? Crediamo che l’Innovazione Aperta possa essere una piattaforma di grande interesse per attivare nuove relazioni tra imprese e istituzioni, tra pubblico e privato. Crediamo che l’Innovazione Aperta, e in particolare l’innovazione sociale, si stia oggi concentrando prevalentemente attorno a due poli. La città (smart city, coworking, fab lab e i fenomeni a ciò connessi) e l’impresa. Fino ad oggi l’impresa ha cercato l’innovazione, in spazi (fisici e metaforici) confinati. Domani sarà l’innovazione, diffusa, integrata, sempre meno perimetrabile, a cercare le imprese che ne possano far esplodere il potenziale. Principale fattore critico di successo (in uno scenario competitivo e di consumo in rapido mutamento), essa è e sarà sempre più trasversale agli ambiti organizzativi e si otterrà valorizzando l’intelligenza che circola in grande abbondanza dentro e fuori l’azienda. Ma l’azienda oggi non è attrezzata per intercettare questo copioso flusso di idee. Mentre l’innovazione si è fatta aperta, l’azienda è rimasta chiusa. Per noi, Open Innovation ha un accento (acuto) su open. L’innovazione è un esito. In-nova-azione, in cui gli attori sono le persone. Innovazione umana. L’Open Innovation – se interpretata in modo non utilitaristico dall’impresa – diviene uno strumento capace in qualche modo di democratizzare i processi di produzione e vincere due tra le più grandi paure del nostro tempo: quella del conflitto (tra status quo e futuro) e quella del fallimento (di un’idea). Stiamo alla larga dai processi speculativi in cui l’impresa esternalizza il rischio intrinseco all’innovazione per privatizzarne il profitto. Crediamo che l’Innovazione Aperta sia un processo win win, con rischi e ricompense condivise, perché innovazione basata sulle relazioni e sulla co-progettazione, ovvero su un riallineamento degli interessi tra stakeholder. Un’innovazione capace di generare capitale relazionale, ovvero valore sociale. Il framework interpretativo, che abbiamo prima abbozzato e poi validato con i molti interlocutori attivati, vede l’Innovazione Aperta come paradigma secondo cui le imprese possono favorire lo scambio di idee, competenze, tecnologie, asset, prodotti e servizi con attori esterni con il duplice obiettivo di migliorare la propria posizione competitiva e, allo stesso tempo, arricchire territori, contesti e mercati in cui operano. E’ un processo iterativo e interattivo che si alimenta con la condivisione, con la

Housing sociale: le nuove sfide delle politiche abitative

2 maggio 2017
Ci troviamo indubbiamente di fronte a un forte cambiamento nel modo di intendere, progettare e gestire la casa sociale. Da un lato, la domanda di casa sociale (leggi accessibile) è sempre più complessa: evidenzia un bisogno in termini di alloggi, ma anche di supporto alla persona e alla qualità dell’abitare. Questa necessità è espressa da un pubblico sempre più ampio e diversificato – migranti, giovani, studenti e lavoratori fuori sede, famiglie monoparentali, etc. Dall’altro lato, l’offerta – il più delle volte – non si limita a mettere a disposizione una casa a prezzi calmierati, ma lavora, con intensità e modalità differenti, all’attivazione di forme di collaborazione tra abitanti, al sostegno della fragilità sociale, all’offerta di nuovi servizi per la comunità. Un’offerta messa in campo grazie all’attivazione di un nuovo sistema di attori privati, che ha iniziato a popolare il campo delle politiche abitative, sperimentando soluzioni innovative con approcci inediti, proponendo modelli differenti dai più tradizionali e rigidi messi in campo dall’attore pubblico. La nuova Legge di Regione Lombardia sulla casa (L.r.16/2016) riconosce questo cambiamento, proponendo una nuova interpretazione delle politiche abitative, che passano da questione prevalentemente edilizia a questione che rientra appieno nella sfera del welfare. Lo spostamento del fuoco dalla produzione alla gestione proposta dalla nuova legge porta a una ridefinizione dell’attuale modello gestionale, individuando oltre ai tradizionali ambiti tecnico e amministrativo, una dimensione sociale: la gestione dei servizi abitativi diventa un servizio di natura multidimensionale, che richiede nuove competenze in grado di rispondere a una domanda sempre più complessa, profondamente connessa con l’inclusione e la coesione sociale. La Legge, inoltre, apre il campo della gestione dei servizi abitativi “pubblici e sociali” agli operatori privati, dando loro la possibilità di accreditarsi presso il sistema regionale. In questa cornice, il sistema di accreditamento è il dispositivo che porrà in essere le migliori condizioni possibili affinché l’incontro tra problema e attori produca risultati davvero efficaci. Avanzi, per conto di Eupolis Lombardia, ha svolto un progetto di ricerca finalizzato alla progettazione del sistema di accreditamento dei gestori dei servizi abitativi in Regione Lombardia. L’interpretazione che ha guidato il lavoro vede le politiche abitative come una politica integrata e place based: una rappresentazione che riconosce l’unicità dei singoli contesti, portando a una definizione del programma gestionale che si caratterizza caso per caso e che fa del soggetto gestore un attore locale. Quest’ultimo, oltre ad occuparsi della cura, manutenzione e gestione (anche sociale) degli alloggi, si occuperà anche dell’intero contesto di riferimento. In questo senso il soggetto gestore è il nodo fondamentale di una più ampia rete di soggetti locali, con i quali attiva collaborazioni per rispondere a bisogni locali, sviluppando nuove progettualità; attivando nuovi servizi per il quartiere; promuovendo l’uso e la cura degli spazi aperti; ampliando il proprio campo di intervento; trattando temi legati alla sostenibilità ambientale, agli stili di vita sostenibili, alla cultura; sostenendo forme di auto-imprenditorialità di comunità. Ne consegue, quindi, la necessità di selezionare soggetti gestori capaci di rispondere a una nuova domanda di conduzione. Il sistema di accreditamento disegna
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