Il nostro Blog

Social Business Demo: apre l’Under18 Market

10 marzo 2017
Social Business Demo è un progetto di educazione all’imprendere promosso da Make a Cube³ e Avanzi, con la collaborazione di Base Milano e dell’Istituto Tecnico Commerciale Zappa di Milano. Social Business Demo è un percorso e una piattaforma di dimostrazione e di sviluppo di attitudini all’imprendere, destinato a ragazzi tra i 13 e i 19 anni, anche nell’ambito di progetti di Alternanza scuola-lavoro e/o Impresa Formativa Simulata. Il percorso prevede una fase iniziale di apprendimento, da svolgersi prevalentemente presso l’istituto scolastico, che culmina con l’apertura al pubblico di un’attività implementata e gestita dagli stessi ragazzi, in uno spazio esterno alla struttura scolastica.

8 questioni e 30 proposte per la rigenerazione sociale di immobili pubblici

6 marzo 2017
Avanzi_RigenerazioneSpazi_webTra il 1998 e il 2000 ad Avanzi lavoravamo al percorso di riuso e riattivazione del Foro Boario di Forlì, nell’ambito del concorso nazionale INU – WWF, che è stato un progetto pluriennale di grande visione e anticipazione, rispetto all’attivismo di questi anni, intorno alla rigenerazione di spazi pubblici. Molti interrogativi di allora sul senso e sui modi di riuso di spazi e immobili abbandonati sono ancora qui, riformulati e declinati in ciascuna delle moltissime esperienze di rigenerazione che ridanno significato a spazi e a porzioni di città, in tutt’Italia. Questi interrogativi accompagnano i processi di riattivazione e preoccupano le tante amministrazioni – comunali, regionali, nazionali – intenzionate a mettere a disposizione spazi per progetti che propongono di ripensare radicalmente rispetto al passato usi, forme di gestione e fruitori, in particolare nella direzione di progetti ibridi di natura sociale e culturale. Quali obiettivi strategici e specifici devono essere fissati? Quali immobili si prestano maggiormente alla rigenerazione sociale? Come individuare un Gestore Sociale e quali compiti dovrebbe avere? Quale forma contrattuale può sancire il rapporto tra il pubblico (proprietario dell’immobile e responsabile di molte politiche sociali e culturali) e il privato (che si candida, con un atteggiamento imprenditoriale, alla gestione sociale)? E come può evolvere questo rapporto nel tempo, sempre in un’ottica di produzione di esternalità positive per la collettività? Queste e altre domande che si pongono le amministrazioni pubbliche si intersecano con le difficoltà dei soggetti privati, certo coraggiosi, ma ancora timidi, inesperti e patrimonialmente fragili. Prima di essere soggetti giuridicamente riconosciuti e esplicitamente orientati alla rigenerazione, sono performer, city maker, cittadini attivi, antagonisti. Come dare spazio e energia a questi gruppi e persone, quali sono le condizioni favorevoli per un loro ingaggio di lungo periodo e quali mitigatori di rischio possono essere messi in campo a loro favore? Queste questioni hanno alimentato i primi ragionamenti che sono confluiti nel breve rapporto Immobili pubblici: strategie di rigenerazione a fini sociali, che prova ad organizzare problemi e possibili risposte e a favorire il confronto tra amministratori locali, abilitatori e city maker. Proprio il confronto tra e con gli amministratori, con tutta la ricchezza che il solo confronto con i problemi di contesto può offrire, è stato carente negli ultimi anni. E’ oggi il momento di riflettere, ricostruendo quanto accaduto e rileggendo le esperienze pionieristiche in un contesto nuovo, caratterizzato da un forte dinamismo degli attori sociali e da una maggiore consapevolezza, da parte delle amministrazioni, delle opportunità che la rigenerazione sociale di uno spazio può produrre su una scala più ampia. Riflettere, discutere, individuare elementi e dispositivi comuni per dare slancio a un fenomeno promettente e di grande scala, ben fotografato ogni anno dal bando Culturability di Fondazione Unipolis (uno dei principali programmi nazionali di sostegno alla rigenerazione di spazi attraverso la cultura e l’innovazione sociale). Le questioni e le proposte di Immobili pubblici: strategie di rigenerazione a fini sociali prendono spunto da moltissimi casi italiani (anche se solo alcuni hanno trovato spazio nel documento), da progetti nei quali siamo e

L’urbanistica romana e i city makers

20 febbraio 2017
Vale la pena occuparsi della vicenda di Paolo Berdini, assessore. È una storia che ha a che fare con l’urbanistica, con la politica, con i modi in cui si interpreta la natura politica dell’urbanistica e si pensa di padroneggiarla. È istruttiva e divertente, funziona per il grande pubblico. Come nella migliore tradizione della commedia, fa riflettere senza essere pedante. Ha una morale, ma la devi capire da te. Certo, ci sono i pii, i bacchettoni (i teoreti e i preti, avrebbe aggiunto il poeta: avete presente Montanari?), che ne traggono un insegnamento; ma pure loro fanno parte del plot: la loro presenza è uno dei meccanismi classici della commedia, quello che, per contrasto, innesca l’ilarità.

Sport e rigenerazione urbana: ripensare gli impianti sportivi

17 febbraio 2017
Il ruolo dei “community hub” C’è un tema, o meglio un terreno di riflessione possibile all’incrocio di due temi, che pensiamo sia molto interessante. L’ambito si disegna accostando sport e rigenerazione urbana: due campi apparentemente lontani ma dalla cui sovrapposizione, ancora in parte da esplorare, pensiamo possano nascere riflessioni generative di un modo innovativo di guardare agli spazi dedicati allo sport e allo spazio urbano in generale.

Sport e Community Hub: lo sport come valore per la comunità

20 ottobre 2016
Community Hub: un impianto sportivo “personalizzato” Sono diversi i significati del generale e comunemente accettato concetto di sport. Se da un lato molti ne parlano come di un grande strumento di aggregazione ed inclusione sociale, sostenendo il diritto collettivo al gioco e all’attività fisica, dall’altro viene ancora spesso relegato a mera attività ludica per il tempo libero, separata e ben distinta dal resto delle attività sociali e culturali rilevanti nel processo educativo e formativo dei singoli e della comunità. Crediamo che lo sport svolga un ruolo significativo nei processi di trasformazione sociale: è infatti uno strumento che ha la capacità di valorizzare le potenzialità (non solo fisiche) delle persone che lo praticano ed è, di per sé, un grande dispositivo di coesione sociale, un aggregatore naturale. Lo sport mette insieme popolazioni che hanno diversa provenienza, appartenenza, contesto sociale di riferimento, ma che parlano, comunicano e si ritrovano attorno alla condivisione di una passione e di un interesse specifico. Lo sport contribuisce a creare relazioni e comunità avvalendosi del corpo come ancoraggio imprescindibile per luoghi e territori. In questa sede, la riflessione che proponiamo vuole argomentare come l’attività sportiva, per le sua caratteristiche intrinseche, possa rappresentare un elemento essenziale anche per un ragionamento attorno al tema dei cosiddetti “community hub”. I community hub sono spazi fisici che mettono anzitutto al centro la relazione persone-comunità. Sono spazi dove i desideri, i bisogni e le competenze di ciascuno possono emergere, incontrarsi e aggregarsi, dando vita a nuovi legami e appartenenze sociali a vocazione locale. Sono luoghi in cui si moltiplicano le occasioni di scambio, si intrecciano pratiche di prossimità, si condividono immaginari di futuro: le persone divengono risorsa per i gruppi e le reti di prossimità e, viceversa, i vicinati e le comunità di affinità diventano palestre di capacitazione per le persone. Lo sport rigenera gli spazi e gli spazi abilitano le pratiche sportive. Lo sport dunque al contempo come occasione di coesione sociale e di rigenerazione urbana a partire da un uso più intenso, diversificato, temporaneo tanto degli spazi dedicati allo sport quanto dello spazio urbano più in generale. Pensiamo infatti, e lo abbiamo sperimentato (si veda l’esperienza del progetto Mi Muovo, riportata nei box), che l’attività fisica e motoria praticata in modo diffuso nello spazio urbano, offra possibilità nuove di costruzione e ri-significazione dello spazio pubblico. Con questo contributo vogliamo provare ad argomentare e suggerire un percorso d’azione possibile perchè lo spazio urbano e gli impianti sportivi, opportunamente ripensati, possano trasformarsi in spazi capaci di offrire occasioni di progetto e opportunità di crescita a quartieri e comunità. Gli spazi dello sport, e gli spazi pubblici grazie allo sport, possono diventare community hub selezionando caso per caso le funzioni che possono trovare sede in questi spazi (culturali, ricreative, connesse a servizi di welfare ma anche a spazi commerciali o del lavoro) sulla base delle possibilità e soprattutto delle risorse locali e delle condizioni di contesto; avendo cura di progettare le relazioni che possono legare queste funzioni valorizzandole vicendevolmente. Se le guardiamo da vicino le strutture

La CSR spiegata a un bambino

6 settembre 2016
Una mattina di un torrido giorno dell’ultima estate mio figlio di 4 anni mi ha fatto la domanda che speravo non mi facesse mai. Temuta, elusa, rinviata per settimane. Sapevo sarebbe successo. “Papà, ma tu che lavoro fai?”. Una vampa, una breve apnea, prendo tempo per costruire un discorso sensato, ma la prima risposta che mi esce è quella standard. “Faccio il consulente per la sostenibilità delle imprese e delle grandi organizzazioni”. Mi guarda con gli stessi occhi di Carlo, il pesce rosso arrivato dal futuro che rotea se stesso e i suoi occhi nella boccia sullo scaffale della libreria del soggiorno. “Che lavoro fai” è una delle domande che temo di più. Non dite a mia madre che faccio il consulente, lei mi crede pianista in un bordello. Quando il barbiere, o un qualunque interlocutore che fa del discorso forzato parte della propria professione arriva alla questione, di solito evado: a volte consulente (- “Consulente finanziario?” – “Esatto” – “Certo che questa crisi…”), a volte mi occupo di comunicazione (- “Giornalista?” – “Esatto”), una volta sono stato ingegnere ambientale, rischiando grosso perché anche il mio interlocutore lo era e ho pregato non mi chiedesse nulla sull’estimo o la tecnologia dei materiali. Più spesso impiegato, che oltre ad essere tecnicamente vero, è quella professione che riporta all’immaginario collettivo del ragionier Ugo Fantozzi e concede all’interlocutore trenta secondi di superiorità intellettuale. Quando ho rinnovato la carta d’identità, un paio d’anni fa, la signora dell’anagrafe mi chiede: “Che lavoro fai?”, ed io, come al solito tentennando, rispondo “consulente”, lei annuisce, mi stupisce, abbassa la testa sul computer, registra. Mi consegna la carta d’identità, la apro, controllo: Professione: studente. Aveva sentito male. L’ho tenuta così. Ebbene sì, faccio il consulente. Colui che suggerisce, aiuta a costruire, quando è ispirato mostra percorsi nascosti, viene pagato per esprimere un’opinione (di solito circostanziata, motivata e garantita da basi metodologiche). Bene, questa era la parte facile. Consulente di sostenibilità. Figlio mio, la sostenibilità è quella cosa che è talmente naturale e semplice che è impossibile da spiegare. Come l’amore, come la gioia. E’ una questione di buon senso. Agire assumendosi le responsabilità delle proprie azioni e delle relative conseguenze, di fronte a se stessi e di fronte alle persone che ti stanno intorno e che in qualche modo contribuiscono alla tua vita (sarebbero gli stakeholder, ma l’ho fatta breve). Sostenibilità, come il sustain della chitarra: capace di durare nel tempo, capace di futuro (“capace di futuro”, per me una delle definizioni più belle in assoluto). E qui mi aspetto che tu mi chieda “Papà, perché qualcuno ha bisogno di un consigliere per comportarsi bene?”. Ma non me lo chiedi grazie al cielo. Consulente di sostenibilità delle imprese e delle grandi organizzazioni. Qui vengono i casini. Significa, caro mio, che per natura – o per cultura, per il contesto in cui si muovono –  alcuni soggetti sono portati a non concepire la redistribuzione (del valore, della ricchezza, delle opportunità, eccetera) come elemento fondante del contratto civico. Significa che il profitto (più che il valore) è ancora saldamente al centro dell’agire
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