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RE-SCAPE | nuove narrazioni generative per l’Ex Dinamitificio Nobel e il suo territorio: la call è aperta

23 luglio 2019
È aperta la call per la selezione dei 10 giovani partecipanti al workshop RE-SCAPE | nuove narrazioni generative per l’Ex Dinamitificio Nobel e il suo territorio, promosso da Avanzi – Sostenibilità per Azioni, in collaborazione con il Comune di Avigliana (TO). L’Amministrazione di Avigliana, “porta di ingresso” alla Valle di Susa, ha promosso un percorso di co-progettazione che interpreta l’ex Dinamitificio Nobel come asset complementare a una più complessiva strategia di sviluppo locale e di competitività territoriale, che vede nella sua riattivazione un’azione cardine per la definizione di una offerta integrata capace di aggregare gli interessi di molti attori locali e nazionali. Avanzi sta accompagnando l’Amministrazione in un percorso di definizione di uno scenario di sviluppo per l’area e per il complesso dell’ex Dinamitificio, sito unico nel suo genere, collocato al contempo in un sistema internazionale di luoghi legati alla figura di Alfred Nobel e in un sistema turistico di valenza non solo nazionale. In questo quadro, si promuove il workshop di progettazione RE-SCAPE, finalizzato alla costruzione di una nuova narrazione del territorio che sia generativa di un nuovo sguardo e di nuove prospettive progettuali per il futuro dell’ex Dinamitificio, tenendo insieme più livelli di progettazione e mettendo in campo intensità di ingaggio differenti, con l’obiettivo di restituire un prodotto di narrazione che inneschi interessi per un processo più ampio di valorizzazione del territorio. Il workshop RE-SCAPE | nuove narrazioni generative si svolgerà ad Avigliana dal 13 al 16 settembre 2019 e sarà di tipo residenziale; mira a costruire un prodotto di comunicazione e storytelling in grado di mettere a valore la natura di sito di archeologia industriale carico di significati storici e di memoria, oltre alle straordinarie risorse ambientali e paesaggistiche del territorio, a partire dalla combinazione di modalità espressive e linguaggi diversi: dalla scrittura al disegno, dalla fotografia al video. Il workshop è rivolto a 10 giovani under 35 provenienti da tutta Italia, con diverse competenze professionali e provenienti da differenti percorsi formativi. Possibili figure (a titolo non esaustivo) sono artisti, creativi (digitali e non), designer, fotografi, esperti di comunicazione e narrazione, imprenditori e innovatori sociali, progettisti culturali, sociologi, antropologi, pianificatori territoriali, architetti, geografi e altri profili che integrino diverse dimensioni professionali e disciplinari che intendono sperimentarsi attorno a un percorso di co-progettazione di una narrazione generativa dell’ex Dinamitificio e del territorio. I partecipanti dovranno essere in grado di progettare in maniera collaborativa, di comprendere e raccontare dinamiche e storie locali attraverso diverse modalità, sintetiche ed efficaci: fotografia, video, disegni, info-grafiche, suoni, testi, poesie, ecc. Il workshop è promosso dal Comune di Avigliana, da Avanzi – Sostenibilità per Azioni, con il contributo di Terna Spa e Famar Group Srl. Per scoprire di più scarica la call qui. Per partecipare compila il modulo di iscrizione scaricabile qui. Per maggiori informazioni, scrivi a formazione@avanzi.org.

Ricordiamo Maurizio Benedetti

12 luglio 2019
Giovedì 11 luglio è mancato, a soli 63 anni, Maurizio Benedetti, presidente di Avanzi Sicaf EuVECA Spa, la società promossa da Avanzi per l’investimento a impatto sociale. Maurizio era stato eletto a capo del Consiglio di Amministrazione come indipendente; non era quindi, tecnicamente, un collega, era però di certo un amico. Abbiamo conosciuto Maurizio quasi vent’anni fa, quando svolgeva il ruolo di Segretario del Comitato Etico del fondo BNL per Telethon, cui Avanzi SRI Research, l’agenzia di rating ESG che avevamo creato all’inizio degli anni 2000, forniva il proprio supporto consulenziale. Erano gli anni in cui la finanza sostenibile faceva i primi passi in Italia e tutti quelli che cercavano di promuoverla erano animati da un genuino entusiasmo e da una spinta etica molto forte. Forse anche per questo, fin da subito si è creato con Maurizio un rapporto di grande stima professionale ma anche di sincera simpatia sul piano umano. Rapporto che è rimasto vivo anche dopo la chiusura di quell’esperienza e anche dopo che si ritirò dall’attività lavorativa. Quando, un paio di anni fa, abbiamo preso la decisione di costituire una società di investimento, abbiamo subito pensato a lui per la presidenza. Maurizio univa infatti ad una solida competenza tecnica, un raro rigore morale e una grande generosità d’animo. Si mise subito a nostra disposizione, senza chiedere nulla in cambio, e fino all’ultimo ha lavorato con attenzione, cura e dedizione. Uomo di fede cristiana profonda, praticata con coerenza, concretezza e umiltà. Lo ricordiamo con affetto anche per la sua gentilezza, la sua eleganza e la sua signorilità d’altri tempi. Grazie di tutto, Maurizio; e che la terra ti sia lieve.

Caro Mario, sono d’accordo con te, però.

8 maggio 2019
Qualche giorno fa, è uscito su Corriere Buone Notizie un articolo di Mario Calderini che richiamava la necessità di essere più radicali nel richiedere alle imprese e alle istituzioni finanziarie maggior impegno sui temi di sostenibilità. Ad Avanzi di questi temi si discute da sempre e, anche stavolta, sentiamo di dover dire la nostra.   Caro Mario, sono d’accordo con te, però. Caro Mario, è inutile che te lo ripeta, già lo sai: sono d’accordo con te quando solleciti una maggior radicalità, quando avverti l’insufficienza delle pratiche di responsabilità sociale, quando ci metti in guardia dal rischio dell’inflazione lessicale del vocabolario della sostenibilità. Ma che la penso così lo dico lo stesso, in premessa, perché sento di dover fare anche dei distinguo. E, per farlo, racconto un episodio della nostra storia: nel 2011, Avanzi ha attraversato una delle sue più profonde crisi di identità. Il motivo era, indovina un po’, il bisogno di molti di noi di maggior radicalità. Vivevamo con senso di profonda frustrazione (e, in una certa misura, continuiamo a farlo, anche se abbiamo imparato a conviverci) la consapevolezza che c’è una contraddizione quasi invincibile tra il modello dell’impresa capitalistica e l’idea di società che abbiamo in mente noi. La grande impresa capitalistica è, per natura, per cultura, per struttura, incompatibile con la visione trasformativa che tu e noi invochiamo. Perciò, allora, concepimmo l’idea di far nascere un incubatore dedicato solo al social business: quello ci sembrava essere lo strumento giusto per far nascere e crescere delle imprese che fossero intrinsecamente, ontologicamente diverse, che avessero la sostenibilità come ragion d’essere, che fossero, come diresti tu, radicali. Non entro qui nel merito della riflessione su quanto di quella ambizione si sia effettivamente realizzata. Quello che mi preme sottolineare è che però noi non abbiamo smesso di lavorare per e con le grandi imprese. E non per becere esigenze di fatturato, ma perché eravamo e siamo consapevoli che occorra operare su entrambi i fronti; che occorra contemporaneamente supportare sia le organizzazioni che intenzionalmente producano impatti sociali addizionali e misurabili sia quelle che, pur facendo altro, possono produrre esternalità positive sull’ambiente sociale e naturale. In termini di sostenibilità reale, una policy sugli acquisti responsabili di una multinazionale crea effetti enormemente maggiori di mille startup sociali. Le quali hanno un valore simbolico e generativo molto maggiore, è vero; ma da sole, oggi, non bastano. Molti degli “esercizietti rendicontativi” che citi li abbiamo fatti noi.  Noi abbiamo ossessivamente richiamato i criteri ESG. E lo dico senza vergogna; al contrario, con un certo orgoglio. Lo rivendico perché se oggi possiamo dibattere di questi temi, se oggi c’è l’Agenda 2030, se l’UE ha una strategia sulla finanza sostenibile, eccetera è anche perché la vituperata business community ha digerito l’idea che il modello di economia lineare, della crescita quantitativa infinita, dell’illimitatezza delle risorse, non funziona, è sbagliata. Qualcuno questa idea l’ha fatta propria per convinzione, qualcuno per convenienza, qualcuno per opportunismo, qualcuno per conformismo, non importa (o meglio, importa, eccome, ma non ne parliamo adesso). E

Get It Fair: lo strumento per una via italiana al Responsible Sourcing

6 febbraio 2019
Riceviamo da Cesare Saccani, managing director di IMCQ India e presidente della Indo-Italian Chamber of Commerce, un contributo sul tema della tutela dei diritti dei lavoratori nella catena di fornitura del settore tessile-abbigliamento. Cesare ha sviluppato Get it Fair, un sistema di gestione certificabile pensato per le imprese dei Paesi emergenti. Avanzi fa parte dello Steering Committee di Get it Fair ed è impegnata nella promozione dello standard.  Il settore tessile, abbigliamento e calzature impiega oltre 75 milioni di persone in tutto il mondo, di cui due terzi donne, e crea molti posti di lavoro, in particolare nei paesi in via di sviluppo. Il trend del fast fashionè in crescita e mette una enorme pressione sui lavoratori nei paesi di produzione. I produttori tessili nei paesi in via di sviluppo sono costantemente esposti a pratiche di acquisto aggressive del commercio internazionale all’ingrosso e al dettaglio, anche a causa dell’agguerrita concorrenza globale. La segmentazione globale delle catene di fornitura presenta i più alti rischi di impatti avversi sui diritti umani, la sicurezza, l’ambiente e le comunità locali. Quando compriamo una maglietta in Europa, essa può essere stata cucita in Cambogia, utilizzando tessuti realizzati in Cina da cotone raccolto in Uzbekistan e colorata con prodotti Indiani. Dopo una serie di drammatici eventi accaduti in ogni paese dell’Asia, il cui simbolo è il crollo del Rana Plaza (una palazzina di sette piani crollata improvvisamente a Dhaka – Bangladesh – in cui sono morte oltre 1100 persone e 2500 ferite) è cresciuta la consapevolezza e l’attenzione in tutto il mondo sulle condizioni di lavoro in cui i capi d’abbigliamento e le calzature sono prodotti. Le scelte individuali fatte da consumatori in Europa possono avere conseguenze che impattano sensibilmente sulle vite di lavoratori, sull’ambiente e sulle comunità in diversi paesi nel mondo. Una recente ricerca realizzata da PWC ha evidenziato che le nuove generazioni di consumatori, Millennial e Gen Z, sono sempre più interessate a sapere dove e in quali condizioni sociali, ambientali e di sicurezza sono prodotti i capi che acquistano. Sostenibilità e responsabilità sociale stanno diventando un elemento preferenziale di scelta. L’etichetta è considerata il supporto di comunicazione più importante per avere informazioni puntuali al momento dell’acquisto. Anche le Istituzioni Internazionali e i Governi Nazionali stanno avviando politiche strategiche per limitare le distorsioni della globalizzazione. L’OCSE ha pubblicato una “Due Diligence Guidance for Responsible supply chain in the garment and footwear sector”. Il Parlamento Europeo ha chiesto alla Commissione di predisporre una Proposta di Direttiva che obblighi i marchi occidentali di abbigliamento e calzatura a controlli più stringenti di terza parte, basati sulle linee guida OCSE, sui fabbricanti nei paesi extra-europei a cui sono affidate le produzioni. La Francia ha introdotto per legge il Devoir du Surveillance. Il Canada ha vietato per legge l’importazione di prodotti per i quali vi sia dubbio di impiego di lavoro minorile lungo la catena di fornitura. Il mondo normativo sta alzando la soglia dei controlli. Infine, occorre registrare l’enorme spinta esercitata da parte di organizzazioni no profit

Corso di formazione in Gestione Sociale dei servizi abitativi: sono aperte le iscrizioni all’edizione 2019

9 gennaio 2019
In programma a marzo 2019 la seconda edizione del corso di formazione in Gestione Sociale dei servizi abitativi. Le iscrizioni sono aperte fino al 26 febbraio 2019. Il corso “Un toolkit per la Gestione Sociale dei servizi abitativi” prende le mosse dal riconoscimento che la gestione sociale è una componente essenziale del progetto abitativo, perché l’abitare è una esperienza sociale. Una gestione efficace del patrimonio abitativo, sia per comparti di proprietà pubblica, che per insediamenti di housing sociale o di altre forme di offerta abitativa sociale, richiede una attenzione specifica agli aspetti di prossimità, relazione e coesione, al trattamento anticipato dei conflitti. La prima edizione del corso si è svolta a Milano nel mese di novembre 2018 e ha coinvolto 16 partecipanti, che lo raccontano così:   Il corso si distingue per l’approccio interdisciplinare e il taglio fortemente operativo e ha l’obiettivo di trasferire e condividere competenze relativamente alla gestione sociale dei servizi abitativi, verso la promozione di un profilo professionale nuovo che riflette la dimensione integrata e place-based di questo ambito di gestione, a partire dal riconoscimento delle varie modalità con cui, nel tempo, la gestione sociale è stata intesa e attuata. Lo svolgimento del corso sarà improntato alla massima interazione, con testimonianze, visite a casi rappresentativi e project work. Il corso è rivolto alle pubbliche amministrazioni, ai Piani di Zona, alle Agenzie Casa Regionali; a soggetti gestori privati (cooperative sociali, cooperative edilizie, etc.) e aspiranti soggetti gestori; a singoli professionisti che, pur con interessi e ruoli molto diversi, saranno accompagnati nello sviluppo delle competenze e nell’acquisizione degli strumenti chiave per l’attuazione di un progetto di gestione sociale. Per informazioni e iscrizioni > formazione@avanzi.org    

I gilet gialli e la transizione giusta

8 gennaio 2019
La rivolta dei gilet gialli, in Francia, è stata innescata da una misura di fiscalità ambientale (alcuni dicono una misura di fiscalità mascherata da ragioni ambientali, ma è lo stesso), l’aumento del prezzo della benzina. L’idea del governo, condivisibile in via di principio, è che occorra scoraggiare l’uso dei mezzi di trasporto che causano maggiori emissioni inquinanti. Come tutte le imposte indirette, questo tipo di tributi pesa di più sui ceti meno abbienti, perché non sono collegati al livello di reddito. Comprensibile, quindi, che abbia suscitato la reazioni delle periferie sociali. In Italia, il Governo aveva annunciato di voler imporre una tassazione più alta per i veicoli a maggior impatto ambientale. Poi, nella versione finale della legge di bilancio, la misura ha assunto una forma molto diversa, ma il solo fatto di averla pensata ha scatenato proteste e minacce, più dal fronte  dall’industria (e degli enti locali preoccupati per le ricadute occupazionali) che dai consumatori. FCA, nel solco della tradizione Fiat, ha subito minacciato di ritirare il piano d’investimenti sui siti produttivi italiani. Casi molto diversi (soprattutto per le reazioni), ma con un punto importante in comune: quando la lotta al cambiamento climatico tocca il portafoglio, gli affilati ambientalisti tendono ad affievolirsi e a lasciare il posto ad atteggiamenti ben meno universalisti e a strenue difese dello status quo. Non che debba sorprendere, è ovvio. Ma, se vogliamo essere coerenti, occorre riconoscere alcuni punti di realtà. La premessa è che la prospettiva di una low-carbon economy non comporta solo un cambiamento del mix delle fonti utilizzate per la produzione di energia, ma una vera e propria riprogettazione dell’intero sistema produttivo. Questo significa che alcuni settori industriali e alcune filiere sono destinate a scomparire, altre ad evolvere, altre a nascere. Ma la transizione non sarà indolore. Costerà, e anche molto. Moltissime imprese chiuderanno; migliaia di persone perderanno il proprio lavoro. Altre opportunità si creeranno (nuove imprese, nuovi posti di lavoro), ma non sarà sempre possibile un semplice “travaso”, per evidenti ragioni di competenze e di modelli. Le risorse per finanziare la transizione saranno solo in parte pubbliche. Il grosso arriverà da soggetti privati, che sposteranno masse significative da asset investiti in settori destinati al declino per riallocarli verso quelli emergenti. Questo non vuol dire che le politiche pubbliche non avranno un ruolo importante – anzi: la leva fiscale, in particolare, sarà fondamentale per modificare in tempi più rapidi possibili le funzioni di convenienza degli operatori economici e finanziari. E qui torniamo ai gilet gialli: quello che ha reso tanto impopolare la misura non è tanto il fatto che fosse una tassa ecologica, ma che sia stata percepita come iniqua – che, cioè, il costo del cambiamento non sia stato distribuito secondo criteri di equità, penalizzando alcuni rispetto ad altri (nella fattispecie, i poveri della Francia rurale rispetto ai ricchi parigini). Il tema quindi è quello di una transizione giusta, cioè in grado non solo di perseguire gli obiettivi stabiliti dalle Nazioni Unite, ma di farlo in modo equilibrato. Da questo punto di vista,
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