Innovazione sociale. Facciamo il punto.

By staff 3 anni ago4 Comments
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Tra novembre e dicembre 2012 abbiamo organizzato, insieme a un folto gruppo di protagonisti dell’innovazione sociale, una serie di workshop con l’obiettivo di declinare il concetto nella realtà contemporanea, a partire da tra dimensioni caratteristiche: la dimensione di impresa, la dimensione reticolare e sovra-locale, la scalabilità. Qui di sotto pubblichiamo un estratto del rapporto di sintesi di questi incontri, che potete scaricare qui. Sperando che questo possa essere il punto di partenza per  una elaborazione comune più consapevole, ringraziamo tutti coloro che hanno contribuito attivamente alla discussione.

(definizione) Esistono molte definizioni in letteratura[1] di innovazione sociale che dimostrano quanto sia complesso tracciare dei confini analitici ad un fenomeno i cui caratteri essenziali si manifestano nelle pratiche. Tuttavia la molteplicità di definizioni e di usi del termine innovazione sociale, a volte poco appropriati, ci induce ad adottare un approccio definitorio comune.

La definizione che riteniamo più aperta e completa allo stesso tempo, è contenuta nel Libro bianco sull’innovazione sociale, scritto da Robin Murray, Julie Caulier Grice e Geoff Mulgan:

“Definiamo innovazioni sociali le nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che soddisfano dei bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono buone per la società e che accrescono le possibilità di azione per la società stessa”[2].

(origini) L’innovazione sociale è altro dall’innovazione tout court che nasce dalla competizione di mercato e dalla ricerca di un maggiore profitto. All’origine di questi processi di innovazione esistono pressioni sociali esercitate dall’esistenza di bisogni insoddisfatti (es. servizi sanitari di prossimità), di risorse sprecate (es. il consumo di suolo), di emergenze ambientali (es. qualità dell’aria nei centri abitati) o sociali (es. crescenti aree di disagio e marginalità).

La fornitura diretta di prodotti e servizi in grado di soddisfare tali bisogni non è più garantita né dal mercato né dalle amministrazioni pubbliche. Questo vuoto politico e fallimento di mercato apre il campo alle risorse e forze del privato sociale, all’imprenditorialità dal basso, alle comunità di cittadini che si organizzano per soddisfare nuovi e vecchi bisogni, per ottimizzare l’utilizzo delle risorse (umane e naturali) per garantire un miglioramento sociale.

(contenuto) L’innovazione sociale non è solo un’idea più o meno radicale, ma una pratica innovativa, ovvero l’applicazione efficace e sostenibile di una nuova idea di prodotto, servizio, modello. La capacità di essere efficace si riferisce all’uso ottimale di risorse per il conseguimento di un risultato sociale (outcome), in pratica la dimostrazione che l’idea funziona meglio delle soluzioni esistenti e genera valore per la società; la sostenibilità riguarda una componente essenziale e tipica dell’innovazione sociale che la distingue dalle pratiche tradizionali di assistenza e promozione sociale, ovvero la capacità di “stare sul mercato” e di finanziarsi grazie a dei ricavi generati dall’attività stessa. Questo elemento rimanda alla dimensione imprenditoriale dell’innovazione quale possibile (non necessario)  esito per l’implementazione e attuazione di una nuova idea. Non ha nulla a che vedere con la dimensione profit o non profit di impresa, quanto al senso stesso dell’innovazione che ha come finalità la creazione di un impatto positivo per la società che sia il più ampio possibile (vedi Scalabilità).

(processo) Le pratiche di innovazione sociale non solo rispondono in modo innovativo ad alcuni bisogni, ma propongono anche nuove modalità di decisione e di azione. In particolare propongono di affrontare complessi problemi di natura orizzontale attraverso meccanismi di intervento di tipo reticolare, adottando l’intera gamma degli strumenti a disposizione; utilizzano forme di coordinamento e collaborazione piuttosto che forme verticali di controllo. Questo aumenta le capacità di azione della collettività che si mobilita, crea nuovi ruoli e relazioni tra gli attori coinvolti, coinvolge nella produzione di risorse e capitale umano sotto utilizzato. Il processo che porta alla produzione di un certo output (prodotto, servizio, modello di comportamento, etc..) è dunque fondamentale nel conseguimento di quello che definiamo il risultato sociale. Il potenziale impatto di una pratica innovativa sul contesto sociale è tanto più elevato quanto più inclusivo è il processo di coinvolgimento della comunità, secondo modelli in continua evoluzione. Questa mobilitazione di risorse umane porta ad un attivismo diffuso in grado di moltiplicare energie e iniziative al servizio del miglioramento sociale.

(attori) Non ci sono attori e settori più idonei di altri nello sviluppare pratiche di innovazione sociale. Anzi possiamo dire che le esperienze più interessanti e radicali sono il frutto della collaborazione tra diversi attori appartenenti a mondi diversi. Le pratiche di innovazione sociale tendono a collocarsi al confine tra non-profit, pubblico, privato, società civile (volontariato, movimenti, azione collettiva, etc..), sono trasversali e frutto di interessanti contaminazioni di valori e prospettive.

Nascono da nuove forme di collaborazione e di cooperazione tra soggetti di diversa natura che trovano un allineamento di interessi per il raggiungimento di un obiettivo comune. Dunque l’innovazione sociale ha una spiccata dimensione collettiva, non appartiene solo all’immaginazione e alla creatività di un attore singolo, quanto alla capacità collettiva di partire da un’intuizione e di svilupparla sino a trasformarla in pratica diffusa. Questo aspetto fornisce un criterio molto utile per valutare se e quanto un’innovazione possa essere considerata sociale a tutti gli effetti.

(outcome/risultato) Uno degli elementi più importanti e controversi dell’innovazione sociale riguarda l’impatto che può esercitare in termini sociali. L’attenzione alla valutazione di questo impatto è così alta che si è innescata una corsa all’elaborazione di metriche e strumenti capaci di offrire un’indicazione quantitativa del valore sociale creato[3]. Riteniamo che questo approccio, in una fase ancora di definizione e studio delle dinamiche e caratteristiche dell’innovazione sociale, rischi di spostare l’attenzione solo sui risultati misurabili piuttosto che sulla complessità delle relazioni implicite nelle pratiche. L’innovazione sociale è incorporata nel tessuto sociale delle comunità in cui si pratica, nel valore qualitativo di queste relazioni, nella complessità dei modelli spontanei di governance. Questi elementi come abbiamo già detto sono essenziali per valutare l’impatto sulla collettività.

Per questo, preferiamo non ricondurre l’impatto dell’innovazione solo al valore sociale creato, ma piuttosto al miglioramento sociale che è in grado di generare.

Cosa intendiamo per miglioramento sociale?

L’innovazione può raggiungere dei risultati di natura sociale strettamente legati alla produzione dell’output (es. offerta di servizi sanitari di prossimità ), che nel soddisfare dei bisogni genera un aumento del benessere della collettività – creazione diretta di valore sociale – ma anche risultati impliciti nel processo, nelle nuove relazioni, nei nuovi assetti di governance, nel capitale sociale attivato – creazione indiretta di valore sociale.

Le due dimensione di valore creato contribuiscono a determinare l’outcome dell’innovazione, ovvero quello che noi definiamo miglioramento sociale.

(politiche) L’innovazione sociale è prevalentemente un fenomeno che parte dal basso (bottom-up), legato a specifiche condizioni di contesto, e come tale può essere difficile da indirizzare. Questo è un presupposto necessario che deve essere considerato nell’elaborazione di politiche e programmi che intendono sostenerne lo sviluppo. Si vuole dunque sottolineare l’importanza di politiche che abilitano i fattori di contesto, che liberano energie positive, che favoriscono l’emergere spontaneo di pratiche dal basso, non di politiche che programmano, indirizzano e ingessano processi spontanei di azione/innovazione collettiva.

 


[1] Tepsie FP7 Project, “Defining Social innovation” – Part 1. May 2012

[2] “We define social innovations as new ideas (products, services and models) that simultaneously meet social needs (more effectively than alternatives) and create new social relationships or collaborations. In other words they are innovations that are both good for society and enhance society’s capacity to act.” Open Book of Social Innovation, Nesta & the Young Foundation

[3] EC, “Strengthening social innovation in Europe. Journey to effective assessment and metrics”, nov 2012

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4 Comments

  • Marianella scrive:

    Buongiorno

    Lavoro nel campo della sostenibilità da 10 anni e sono molto interessata a questo argomento (Sustainable and Social Innovation). Potreste per favore mantenermi informata su futuri eventi organizzati in torno a questi topic?

    Grazie e saluti

    Marianella

  • Patrizia scrive:

    Ho trovato quest’articolo molto interessante e descrive dettagliatamente cosa s’intende per Social Innovation. Praticare societing per la creazione del valore,in vista del benessere comune, è l’obiettivo principale da porsi per poter rinascere.E’ qualcosa che deve venire dal basso e soprattutto puo’ avvenire dall’incontro e scontro tra ambienti anche totalmente diversi.Mettiamoci al’opera!

  • Giuseppe scrive:

    Sono molti interessato al tema della social innovation, credo che sia fondamentale soprattutto in un contesto economico come quello attuale. Nuove pratiche e nuovi modelli sviluppati dal basso dove gli individui si uniscono in un’ottica di “societing” per ideare,produrre,condividere.

  • concetta scrive:

    E’ proprio vero la social innovation permette la creazione di prodotti che soddisfano i bisogni degli utenti creando nuove relazioni e nuove collaborazioni “societing”. In tal modo l’innovazione incrementa la socialità.

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