Nuove regole di partecipazione democratica

By Elena Merlo 3 anni agoNo Comments
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the auditorium with motley seats

Non sarà sfuggito a chi si occupa di temi di cittadinanza d’impresa un episodio occorso qualche giorno fa, a margine delle manifestazioni pro e contro il provvedimento in discussione alla Camera sulle unioni civili: una società commerciale, Ikea, ha preso posizione, lanciando sui propri social network il messaggio “Qualunque sia la tua idea di famiglia, se ami qualcuno non c’è bisogno di istruzioni”. Sabato 30 gennaio, in tutti i negozi Ikea è stato convocato una sorta di appuntamento “per celebrare con un bacio l’idea di una famiglia aperta a tutti“.

Ikea, peraltro, non è stata l’unica: anche CoopLush e Vitasnella hanno lanciato sui social network dei messaggi sull’uguaglianza dei diritti per cittadini con orientamenti sessuali diversi.
Siamo abituati al fatto che le imprese, come tutte le organizzazioni, si adoperino per difendere degli interessi. L’attività di lobby serve a questo. È riconosciuta, in alcuni Stati pure regolata. Esistono professionalità dedicate. Ma un conto è occuparsi degli interessi propri e tutelarli in modo più o meno trasparente, un altro è darsi da fare per la promozione di un interesse generale – o di una visione di parte di quello che si ritiene sia l’interesse generale. Questo è un campo d’azione che, nelle nostre società, tradizionalmente è occupato dalle formazioni politiche e dal quale le imprese si sono sempre tenute alla larga.

Al di là dell’attività filantropica, anche in passato le imprese si sono preoccupate di questioni sociali, ma quasi sempre solo nella misura in cui riguardavano i propri stakeholder diretti – per esempio attraverso servizi assistenziali, sanitari, educativi o culturali per i propri dipendenti, le loro famiglie o per le comunità locali di appartenenza.
In tempi più recenti, attraverso la teoria del valore condiviso, ci si è spinti a immaginare che le imprese possano alleviare alcuni bisogni sociali più vasti, in quanto però connessi al core business: in altri termini, le imprese possono contribuire a risolvere problemi sociali “facendo (bene) il proprio mestiere”.

Ma l’offerta di Ikea non ha nulla a che fare con l’orientamento sessuale dei clienti che intende servire. Né l’iniziativa, apparentemente, aveva uno scopo commerciale; infatti, ad essa non era associata alcuna promozione particolare. Semplicemente, è stata lanciata allo scopo di “confermare i valori di inclusione e diversità che da sempre guidano IKEA sia verso i propri clienti che verso i propri collaboratori. […] i negozi IKEA sono aperti a tutti i tipi di famiglie: per colori, forme e amore” (qui il comunicato stampa ufficiale).
I promotori del Family Day, curiosamente, non hanno contestato la legittimità della posizione di Ikea sul piano istituzionale. Hanno risposto (tra gli altri, con il consueto stile, il senatore Gasparri) minacciando in modo un po’ velleitario di boicottare catena dell’arredamento.

Non è frequente che un’impresa esprima in modo così esplicito un orientamento politico, soprattutto in un momento tanto caldo del dibattito parlamentare. Da qui, quindi, sorgono una serie di domande: è sano che ciò accada? Quali conseguenze si potrebbero produrre se il fenomeno si diffondesse? Come dovrebbero essere governati questi fenomeni?
Si torna quindi alle domande fondamentali: che cos’è l’impresa? qual è il suo scopo? a chi deve rendere conto di quello che fa? Prendiamo il caso in discussione: Ikea è una multinazionale presente in quasi 350 Paesi, ha oltre 150.000 dipendenti e serve milioni di clienti. È di proprietà di una fondazione, dopo che il signor  Kamprad si è ritirato dalla gestione operativa. Ha un’identità molto chiara, fondata sull’idea del design democratico e della sostenibilità. Come tutte le organizzazioni che hanno subito l’influenza di un imprenditore carismatico, Ikea esprime una cultura aziendale basata su alcuni valori. Non è che tutti quelli che intrattengono relazioni con l’impresa (in particolare, ma non solo, i lavoratori) debbano necessariamente aderire a questi valori, ma è probabile che chi non li condivide, alla lunga, venga considerato un “corpo estraneo” e finisca con l’essere espulso – o con l’autoespellersi. L’organizzazione, quindi, esplicitamente o implicitamente, seleziona i propri stakeholder, nel senso che chi non trova affinità con il portato valoriale che essa esprime, se può, cerca altrove.

Quindi, possiamo dire che, sì, in un certo senso anche un’impresa può esprimere una visione politica. Il punto è se e come questo la legittimi a giocare un ruolo nell’arena democratica. È evidente, infatti, che le risorse (economiche, cognitive, relazionali) che una grande impresa è in grado di mobilitare sono di ordini di grandezza superiori rispetto a quelle che qualsiasi organizzazione politica in senso stretto (partiti, sindacati, think tank) può mettere in campo. È sufficiente richiamarsi alla trasparenza per sentirsi rassicurati di fronte al rischio di un’alterazione dei meccanismi, giusti o sbagliati che siano, cui siamo abituati e che quindi siamo preparati a gestire? Basta che un’impresa dichiari chiaramente nel codice etico i propri “credo” per consentire agli stakeholder di capire con chi hanno a che fare e di posizionarsi di conseguenza? Dobbiamo immaginare uno scenario con imprese “di destra” o “di sinistra” e che le nostre scelte di acquisto si debbano basare anche sulla loro collocazione politica?

Altra questione: chi decide la linea in impresa? L’imprenditore, gli azionisti (ma ve la immaginate un’assemblea in cui si discute di omosessualità?), i manager, i dipendenti, i clienti?
Diciamo la verità: se l’uscita di Ikea fosse una semplice trovata, un’intuizione dei suoi comunicatori, se, cioè, fosse tutto molto opportunistico, beh, sarebbe più semplice. Potremmo facilmente stigmatizzare questo comportamento come un astuto ammiccamento a un target interessante, una “lisciata” radical-chic (tanto i parrucconi conservatori all’Ikea non ci vanno comunque). Ma temo non sia così e penso ci dovremo attrezzare a nuove regole di partecipazione democratica.

(Davide Dal Maso)

Category:
  Coesione sociale
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