Ex-Ansaldo e spazi ibridi, cinque questioni

By staff 5 anni ago4 Comments
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Uno dei locali (foto Flickr-EliB)

 

Negli ultimi mesi, a partire dall’esperienza di Avanzi – Sostenibilità per Azioni, piccola, pilota, siamo stati coinvolti in alcuni progetti di ripensamento e riqualificazione di vecchie fabbriche, laboratori, garage, caserme, ospedali, mercati, magazzini, scali ferroviari.

L’occasione più importante, e che qualche girono fa ha avuto un primo riconoscimento, è stata la partecipazione al bando per l’Ex-Ansaldo di Milano, nel cuore della zona di Porta Genova. Il Comune di Milano, proprietario dell’edificio, ha assegnato per 12 anni alla cordata formata da Esterni, Accapiù, Arci, Avanzi – Sostenibilità per Azioni e Make a Cube³ la responsabilità per attivare e gestire uno spazio di oltre 6.000mq che si candida a diventare un luogo ibrido per la cultura e la creatività, di taglio e ambizione europea.

E’ questo solo uno dei vuoti (in questo caso un mezzo pieno) sui quali ci siamo cimentati con semplici ragionamenti o con articolate riflessioni: una colonia marina a Follonica, un’enorme fabbrica di piastrelle a Santo Stefano Magra, una bellissima di saponi a Milano, una caserma a Bergamo, sono solo alcuni degli esempi di questi ultimi mesi.

E le occasioni non mancheranno: la crisi, la speculazione edilizia, incentivi pubblici sbagliati e fuori tempo massimo, o semplicemente il cambio di paradigma economico hanno infatti distribuito ovunque carcasse ingombranti, costose, pericolanti. Spesso affascinanti, ricche di storie e di ricordi. Allo stesso tempo, città e territori a bassa densità sono alla ricerca di nuove identità, di nuova linfa e slancio per lo sviluppo locale e la lotta alla disoccupazione, in particolare quella giovanile, di progetti di inclusione e innovazione sociale.

Da dove partire per ripensare, riprogettare e rivitalizzare quei vuoti e dare risposta a bisogni e istanze molto specifiche? Quali sono i nodi principali da sciogliere, il ruolo nuovo di amministrazioni pubbliche, proprietari privati e gestori? Nella ricerca di qualche risposta parto, come fanno gli architetti, e non sono architetto, da alcune parole chiave che, a ben vedere, reinterpretano anche l’esperienza di Avanzi – Sostenibilità per Azioni e alcuni indirizzi emersi nell’ambito della proposta al Comune di Milano per l’ex-Ansaldo.

  1. 1.     Il locale e il globale. Spazi che diventano luoghi hanno innanzitutto una dimensione locale, addirittura di quartiere. Locale credo voglia dire immerso in un contesto culturale, sociale, economico territoriale ben definito. E quindi scambio e osmosi continua con quel contesto. Ricevere e dare. Un po’ come l’oste che accoglie, impara, dà. Un po’ come le imprese del distretto che raccolgono, producono, rilasciano. Ma il locale non basta. Le sfide della contemporaneità richiedono un collegamento continuo con i flussi di idee e i processi globali di trasformazione della produzione, del consumo, del vivere. E’ di nuovo questione di input e di output. E anche di coesione interna delle comunità che fanno di questi spazi dei luoghi. Il legame, il confronto e la competizione con il globale tiene tesa la corda dell’innovazione. E senza comunità e innovazione questi luoghi tornano ad essere spazi morti.
  1. 2.     Il pubblico e il privato. Gli anglosassoni parlano di publicness per indicare la qualità e la dimensione collettiva degli esiti di un progetto, un’infrastruttura, un servizio. Non è un modo per tagliare corto ed evitare le trappole delle ideologie. La publicness è il riconoscimento che edifici pubblici o privati, enti pubblici o società private possano avere una natura pubblica, potremmo dire collettiva, e quindi produrre esternalità positive, assicurare l’accesso a tutti, aiutare le fasce più deboli. Nelle vicende che abbiamo incrociato la tensione verso la publicness è stata sempre molto marcata: cultura, educazione, welfare, occupabilità, capitale sociale sono i temi centrali dei progetti di riqualificazione degli spazi abbandonati. Ma altrettanto marcata è stata la discussione sul fatto che queste qualità possa averle un progetto gestito da un operatore privato. Credo che una dimensione collettiva possa essere assicurata anche da operatori privati, a patto che venga individuato un modello di business sostenibile e che la pubblica amministrazione, se proprietaria degli spazi, definisca dei requisiti di publicness chiari.
  1. 3.     La regola e l’informale. Se penso a un luogo favorevole all’innovazione penso a un luogo dove ci sia una buona libertà per provare, testare, mostrare, dimostrare, prototipare, interagire, pivotare, sbagliare, osare (tutti verbi cari agli innovatori), anche a dispetto delle regole, del buonsenso, delle prassi, del pensiero comune. I luoghi ibridi per certi aspetti sono i terreni ideali dove declinare questi verbi, dove praticare il learning by doing e il learning by interacting, sempre che garantiscano uno spazio adeguato all’errore, alla forzatura delle regole e alla natura informale e non codificata dell’innovazione e dei sui esiti. Nella relazione proprietario-gestore-ospiti- utenti occorre quindi definire un nuovo contratto sociale che in qualche modo reinterpreti quanto avviene negli spazi tipici dell’informale (vari luoghi di aggregazione sociale), limitando gli incentivi per i free rider.
  1. 4.     L’hardware e i software. Credo che nel ripensare i vuoti si commetta spesso l’errore di partire dall’involucro. Un buon involucro, dotato e infrastrutturato, è spesso considerata la condizione, neanche minima, di partenza per la riattivazione e l’attrazione di comunità di innovatori e utenti, con due effetti collaterali: la ristrutturazione (e in alcuni casi l’abbattimento e la ri-costruzione) mangia risorse, una quantità enorme di risorse, totalmente sproporzionata rispetto alle reali e minime esigenze per favorire lo sviluppo di una comunità. Il secondo effetto, negativo, è il tempo. La ristrutturazione, che spesso richiede procedure di evidenza pubblica e iter codificati, ruba mesi e anni, toglie speranze, fa perdere il momento di attenzione, fa perdere semplicemente il momentum. Credo che occorra spostare, decisamente, l’enfasi dall’hardware al software, garantendo sicurezza per le persone e cura dell’asset fisico e dedicando risorse per gli elementi più intangibili legati all’attivazione dello spazio, al sostegno per chi lo abiterà, alla contaminazione, etc… La responsabilità di questo bilanciamento, un fatto culturale prima ancora che un insieme di regole, è in capo al proprietario (amministrazione pubblica, fondo immobiliare o soggetto privato) e al gestore. Occorre disegnare quindi nuovi patti, sistemi di remunerazione e di rendicontazione che permettano un’allocazione delle risorse più sensata ed efficace.
  1. 5.     Il progetto e l’indefinito. “Preparate un progetto!” è l’invito che spesso viene rivolto a chi è interessato a prendere qualche responsabilità nella gestione. Ma come è possibile disegnare un progetto in un mondo in cui i cambiamenti sono così rapidi? Come è possibile progettare se la domanda è emergente e sostanzialmente non interrogabile? L’asimmetria informativa, ineluttabile, unita alla natura stessa dei processi di innovazione – che sono sostanzialmente interazione e una sequenza non programmabile di prove ed errori – mi spinge a ritenere che il progetto debba limitarsi all’indispensabile, agli elementi minimi che poi potranno essere combinati per facilitare un metabolismo non classificabile a priori. Mi riferisco agli elementi minimi del progetto – architettonico, delle funzioni, del modello di business, etc. – che dovranno lasciare ampio spazio all’indefinito, all’imprevedibile, alle combinazioni frutto del caso e, appunto, dell’interazione continua. Per il gestore e per i proprietari la sfida è nelle scelte minime e nella scelta del minimo indispensabile, definendo obiettivi e lasciando appena accennato il contorno degli strumenti necessari per raggiungere quegli obiettivi.

Chi ripensa questi spazi, e ha l’ambizione di trasformarli in luoghi dell’innovazione, accetta la sfida di trovare il giusto bilanciamento tra le polarità, magari trasformando quelli che sembrano trade-off, qualità inconciliabili, in ingredienti che, con molta sapienza, pazienza e anche fortuna, possono trovare una felice combinazione.

Il ruolo del gestore, e occorrerà trovare un nuovo sostantivo, non è quindi quello dell’amministratore di condominio e neanche quello di facility management. Il gestore, provo a immaginare il ruolo che andremo a ricoprire nell’ex-Ansaldo, ha il compito di elaborare una visione e un’identità, di comprendere in anticipo istanze emergenti e mutamenti del contesto e di adattare continuamente offerta e modalità gestionali, di ricercare le chiavi per la coesione interna, di ascoltare e intercettare, di maneggiare con cura poche e significative leve. Di trovare continuamente nuovi equilibri e nuove formule, proprio come un artigiano nel proprio atelier.

Altri due compiti mi sembrano rilevanti. Il primo è quello del dialogo continuo con il proprietario, per identificare eventualmente nuovi assetti, per spingere più in la’ la sperimentazione, per ragionare sulle condizioni minime. Il secondo, partendo proprio dalla riflessione delle singole esperienze, è quello della messa a fuoco delle poche regole e degli ingredienti di base che possano essere fondanti per nuovi progetti.

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  CoworkingCulturaRigenerazione urbana
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4 Comments

  • roberto scrive:

    L’Ansaldo due anni or sono è stato il luogo in cui, grazie al BBF, si sono potute mostrare alla città di Milano le molte facce del ciclismo urbano e non.
    La bici potrebbe essere uno di quegli elementi e di quelle formule che crei e mantenga un equilibrio, per la città e per chi ci vive.
    Intanto cercherò di smuovermi da questa visione monocentrica della bici che da un po’ mi attanaglia e di impegnarmi a pensare anche ad altre ” visioni” e orizzonti. E intanto auguro a questo progetto, e ai magnifici 5 che lo porteranno avanti , buon lavoro!

  • Carlo Giacomini scrive:

    Complimenti

  • Carlo Giacomini scrive:

    Complimenti per il risultato ottenuto e per lo scritto che ho letto co grande interesse dal lontano Brasile.Saluti a voi tutti Carlo Giacomini

  • Giovanni scrive:

    Complimenti per il bando e interessanti riflessioni
    good luck con gli Ansaldo

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