Get It Fair: lo strumento per una via italiana al Responsible Sourcing

By staff 6 mesi agoNo Comments
Home  /  Coworking  /  Get It Fair: lo strumento per una via italiana al Responsible Sourcing
charles-etoroma-562580-unsplash

Riceviamo da Cesare Saccani, managing director di IMCQ India e presidente della Indo-Italian Chamber of Commerce, un contributo sul tema della tutela dei diritti dei lavoratori nella catena di fornitura del settore tessile-abbigliamento. Cesare ha sviluppato Get it Fair, un sistema di gestione certificabile pensato per le imprese dei Paesi emergenti.
Avanzi fa parte dello Steering Committee di Get it Fair ed è impegnata nella promozione dello standard. 

Stampa

Il settore tessile, abbigliamento e calzature impiega oltre 75 milioni di persone in tutto il mondo, di cui due terzi donne, e crea molti posti di lavoro, in particolare nei paesi in via di sviluppo. Il trend del fast fashionè in crescita e mette una enorme pressione sui lavoratori nei paesi di produzione.

I produttori tessili nei paesi in via di sviluppo sono costantemente esposti a pratiche di acquisto aggressive del commercio internazionale all’ingrosso e al dettaglio, anche a causa dell’agguerrita concorrenza globale.

La segmentazione globale delle catene di fornitura presenta i più alti rischi di impatti avversi sui diritti umani, la sicurezza, l’ambiente e le comunità locali. Quando compriamo una maglietta in Europa, essa può essere stata cucita in Cambogia, utilizzando tessuti realizzati in Cina da cotone raccolto in Uzbekistan e colorata con prodotti Indiani.

Dopo una serie di drammatici eventi accaduti in ogni paese dell’Asia, il cui simbolo è il crollo del Rana Plaza (una palazzina di sette piani crollata improvvisamente a Dhaka – Bangladesh – in cui sono morte oltre 1100 persone e 2500 ferite) è cresciuta la consapevolezza e l’attenzione in tutto il mondo sulle condizioni di lavoro in cui i capi d’abbigliamento e le calzature sono prodotti.

Le scelte individuali fatte da consumatori in Europa possono avere conseguenze che impattano sensibilmente sulle vite di lavoratori, sull’ambiente e sulle comunità in diversi paesi nel mondo.

Una recente ricerca realizzata da PWC ha evidenziato che le nuove generazioni di consumatori, Millennial e Gen Z, sono sempre più interessate a sapere dove e in quali condizioni sociali, ambientali e di sicurezza sono prodotti i capi che acquistano. Sostenibilità e responsabilità sociale stanno diventando un elemento preferenziale di scelta. L’etichetta è considerata il supporto di comunicazione più importante per avere informazioni puntuali al momento dell’acquisto.

Anche le Istituzioni Internazionali e i Governi Nazionali stanno avviando politiche strategiche per limitare le distorsioni della globalizzazione. L’OCSE ha pubblicato una “Due Diligence Guidance for Responsible supply chain in the garment and footwear sector”. Il Parlamento Europeo ha chiesto alla Commissione di predisporre una Proposta di Direttiva che obblighi i marchi occidentali di abbigliamento e calzatura a controlli più stringenti di terza parte, basati sulle linee guida OCSE, sui fabbricanti nei paesi extra-europei a cui sono affidate le produzioni. La Francia ha introdotto per legge il Devoir du Surveillance. Il Canada ha vietato per legge l’importazione di prodotti per i quali vi sia dubbio di impiego di lavoro minorile lungo la catena di fornitura. Il mondo normativo sta alzando la soglia dei controlli.

Infine, occorre registrare l’enorme spinta esercitata da parte di organizzazioni no profit che, con il supporto di internet e dei social network, mettono in evidenza abusi lungo le catene di fornitura e compromettono la reputazione di marchi e aziende del settore abbigliamento e calzatura.

Da più parti viene messa in evidenza l’insufficienza dell’attuale sistema di controlli condotti in prevalenza dai compratori stessi sugli aspetti sociali, ambientali e di sicurezza e si richiede l’intervento di terze parti indipendenti che assicurino maggiore imparzialità, integrità e competenza, facendo riferimento a linee guida internazionali.

Get It Fair è nato come risposta Italiana a queste esigenze. Si tratta di uno schema di valutazione messo a punto coinvolgendo un gruppo di stakeholder italiani del settore moda e abbigliamento (Associazioni, Imprese, Università, Laboratori, Media, NGO, Consulenti, Blogger, etc.) con l’obiettivo di valutare i rischi effettivi lungo le catene di fornitura che possono generare pericoli per i lavoratori, l’ambiente e le comunità locali trasformandosi in impatti avversi per il compratore.

Get It Fair affonda le radici sui principi e sulle linee guida di due documenti internazionali: le linee guida OCSE e la norma internazionale ISO 26000 sulla Social Responsibility.

Rispetto ad altri schemi e marchi, Get It Fair si distingue per le seguenti caratteristiche:

  1. focus su tutti gli aspetti di Social Responsibility (sociale, sicurezza, ambiente ed etica);
  2. enfasi sulla valutazione quantitativa dei rischi effettivi (non solo sul sistema di gestione);
  3. orientamento al punteggio a supporto di benchmarking e miglioramento continuo.

Get It Fair costituisce uno strumento a disposizione del consumatore per avere informazioni sempre più puntuali sul luogo e sulle condizioni di lavoro in cui è realizzato un prodotto e, al contempo, è uno strumento utile a marchi e catene di distribuzione per attuare politiche di responsible sourcing più concrete, a supporto di attività di comunicazione e marketing sempre più improntate alla sostenibilità e alla responsabilità sociale.

Get It Fair è uno strumento di controllo di terza parte indipendente e basato su linee guida Internazionali, a supporto di una via Italiana al Responsible Sourcing più concreta e attenta alla valutazione effettiva dei rischi sociali e ambientali lungo le catene di fornitura nei settori tessile, abbigliamento, calzatura e accessorio che possono danneggiare i lavoratori, l’ambiente e le comunità locali.

(Cesare Saccani)

Category:
  Coworking
this post was shared 0 times
 300

Leave a Reply