CSR e accountability: l’UE chiede più trasparenza alle imprese

CSR 2.0

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La quiete prima della tempesta. Siamo di fronte a un possibile cambio di passo epocale nella storia delle pratiche di responsabilità sociale d’impresa. E come ogni svolta epocale, tutto potrebbe risolversi in una bolla di sapone. Ricordate la ISO 26000, presentata come uno strumento quanto più simile a un sistema di gestione definitivo della CSR e rivelatasi, alla prova del “mercato”, un flop (in Italia ne sono state distribuite meno di 400 copie) nella sua applicazione pratica, per quanto contenga indubbiamente numerosi punti di grande interesse utili all’accompagnamento di un percorso strutturato di responsabilità d’impresa?

Nei prossimi giorni il Parlamento Europeo dovrebbe approvare la ­bozza di direttiva sulla trasparenza delle informazioni non finanziarie e sulle modalità di gestione degli aspetti di diversity per alcune categorie di imprese. L’obiettivo della proposta è di incrementare la trasparenza e l’accountability sui temi ambientali e sociali, prevedendo che le imprese target siano tenute a redigere annualmente  una dichiarazione relativa alla questioni ambientali, sociali, relative al personale, al rispetto dei diritti umani, alla lotta alla corruzione. La dichiarazione dovrà contenere una descrizione delle politiche, dei risultati e dei rischi connessi a tali materie.

Le nuove disposizione si applicherebbero a quelle che vengono considerate entità di interesse pubblico con più di 500 dipendenti. Nella definizione riportata dalla bozza di provvedimento, sono considerate entità di interesse pubblico le aziende quotate, le banche, le assicurazioni o altre imprese in ragione della natura della loro attività, della loro dimensione o della forma societaria. Le piccole e medie imprese sarebbero al momento escluse da tale obbligo. Si stima che la nuova direttiva, se approvata, riguarderebbe oltre 6000 realtà europee.

Il testo della bozza di direttiva richiede, inoltre, che una descrizione delle politiche sulla diversità adottate negli organi di amministrazione, di gestione e di vigilanza dell’impresa siano allegati alla dichiarazione sulla governance dell’impresa.

Il provvedimento, evidentemente, potrebbe aprire una piccola rivoluzione nelle pratiche di CSR e nei processi di trasparenza e accountability delle imprese. Ma porta con sé alcuni rischi. Il primo: non tutte le imprese che redigono un Rapporto di Sostenibilità sono intrinsecamente sostenibili. Una cosa è la comunicazione degli impatti e dei risultati di CSR, un’altra la coerenza verso strategie, politiche o processi di sostenibilità realmente integrati al business. Per utilizzare una metafora: redigere un bilancio d’esercizio non garantisce la sostenibilità economica dell’impresa. Il secondo: il processo di reporting di sostenibilità, e più in generale una strategia di CSR, richiede un committment forte da parte della direzione aziendale, nonché conoscenze e competenze che non possono essere improvvisate dall’oggi al domani, pena il gioco al ribasso sulla qualità dei Bilanci di Sostenibilità o delle strategie stesse. E’ importante pertanto che tale provvedimento sia accompagnato da un rafforzamento del dibattito pubblico sul tema, nonché della cultura di business relativa a questi ambiti, affinchè l’eco della significatività di tali provvedimenti arrivi forte ai decisori, ovvero ai board.

Una seconda notizia: recentemente è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Regolamento interministeriale concernente l’individuazione delle modalità in base alle quali si tiene conto del rating di legalità attribuito alle imprese operanti nel territorio nazionale che raggiungano un fatturato minimo di due milioni di euro ai fini della concessione di finanziamenti da parte delle pubbliche amministrazioni e di accesso al credito bancario. Il Regolamento identifica, tra le possibili opzioni a disposizione per incrementare il rating, “l’adozione di processi volti a garantire forme di Corporate Social Responsibility anche attraverso l’adesione a programmi promossi da organizzazioni nazionali o internazionali e l’acquisizione di indici di sostenibilità”.

Anche in questo caso, il reporting di sostenibilità rientra tra i processi eligibili all’upgrade del rating. E anche in questo caso, il riferimento implicito è agli standard internazionali, che non a caso, proprio nell’ultimo anno, hanno affilato le armi, con la pubblicazione della versione G4 della linea guida GRI e con l’uscita dell’Integrated Reporting Framework promosso dall’IRRC. Dunque ci sono tutte le premesse per un salto di qualità decisivo nel percorso di integrazione della sostenibilità nelle strategie d’impresa. Ma solo a patto che sia vera integrazione.

Commenti

4 Commenti a “CSR e accountability: l’UE chiede più trasparenza alle imprese”
  1. Andrea scrive:

    Adesso i più difficili da convincere sono i maestri e puristi del bilancio d’esercizio che non accettano di infangare la contabilità e reportistica di bilancio con le informazioni e rendicontazione ambientali e sociali. Forse non ricordano che anche l’economia non è una scienza.
    Arriveremo al bilancio integrato? Quanto ancora alcune società vogliono nascondere? Quando capiremo che esiste il business sostenibile e che la sostenibilità può essere un sano business?
    Aspettiamo la UE e speriamo che non sia un flop! Grazie

  2. emanuele plata scrive:

    Anche noi in PLEF pensiamo che siamo alla vigilia di fatti epocali, e tutti gli aggiornamenti e le prossime emissioni di norme e regolamenti segnalati indicano la presa d’atto razionale di nuove necessità e anche di soluzioni
    Il punto è che lo spartiacque si verifica col cambio di paradigma culturale, in gran parte collegato al cambio dei referenti e in questo senso l’apparato esitente che pur emana il nuovo stride .
    I puristi come dice Andrea sono anch’essi parte di questo apparato ma credo siano più strumentalizzati che altro , noi in PLEF saremmo contenti che a dimostrare il nuovo fosse il piccolo e in questa direzione puntiamo più su ciò che si riesce a fare in conseguenza di promulgazioni , esempio promuovere ed adottare le norme e i rating in un TERRITORIO e dimostrarne gli effetti
    Buona pasqua
    E.Plata

  3. Ornella Cilona scrive:

    Due precisazioni relative a ISO 26000: 1) ISO 26000 non è “uno strumento quanto più simile a un sistema di gestione”. E’ anzi l’opposto di un sistema di gestione e posso dirlo con certezza, avendo partecipato al gruppo di lavoro dell’ISO per 7 anni; 2) Non è vero che di ISO 26000 sono state vendute in Italia soltanto 400 copie. Siamo intorno a 2mila copie vendute, alle quali si aggiungono quelle distribuite in occasione di seminari e incontri di divulgazione.
    Altre due precisazioni in merito alla proposta di Direttiva Ue sulla rendicontazione non finanziaria: 1) E’ stata approvata dal Parlamento europeo il 15 aprile; 2) Fra gli strumenti di cui le imprese possono avvalersi per la divulgazione delle proprie informazioni ESG la proposta di Direttiva Ue cita anche ISO 26000, insieme con altri strumenti internazionali autorevoli nel campo della responsabilità sociale. Per essere un flop, come l’articolo definisce ISO 26000, non c’è male…

  4. Giovanni Pizzochero scrive:

    Grazie a tutti per il contributo al dibattito.

    Solo una precisazione rispetto all’intervento di Ornella: prendo atto della rettifica al numero di copie vendute (la mia fonte era una chiacchierata informale con un esperto di un ente certificatore vicino all’UNI), che in ogni caso non cambia la sostanza. Ad oggi la ISO 26000, seppure sia anche a mio parere un utilissimo strumento, non ha avuto all’atto pratico il successo che avrebbe meritato. Certamente non è un sistema di gestione nel senso tecnico del termine, ma uno strumento in grado di valutare, presidiare e gestire sistematicamente gli aspetti di sostenibilità di un’organizzazione, una guida strutturata per l’integrazione degli aspetti di CSR nelle attività core. Resta il fatto che ad oggi l’utilizzo della linea guida in modo serio e continuativo è limitato ad alcune grandi imprese, già best practices di responsabilità sociale, mentre probabilmente essa potrebbe esprimere tutto il suo potenziale nel tessuto delle PMI che muovono i primi passi verso una gestione strategica dei temi di CSR. In ogni caso, concordo nell’auspicio che la nuova Direttiva UE sulla rendicontazione extrafinanziaria possa dare nuova vitalità applicativa allo ISO 26000.

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