Vince il valore sociale del calcio

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Non c’è immagine migliore del calcio, anzi del sistema calcio, negli ultimi anni, di una palla che gira, che corre senza fermarsi, neanche davanti alla porta, neanche dentro la rete.
Ma dov’è finito quell’immaginario collettivo legato alle notti magiche, quelle degli anni ’90, quelle del mondiale italiano, di Schillaci e Baggio, quando il pallone e il gioco vincevano su tutto, quando i tifosi si sentivano un tutt’uno con i giocatori in campo?
Oggi il calcio corre, il calcio ha fretta, il calcio non si ferma, davanti a niente. Gli è stata montata una macchina attorno, dove i valori sembrano perdersi dietro a gestioni imprenditoriali mal condotte, dietro al giro di denaro dei diritti televisivi, che non fanno altro che tenere le persone fuori dagli stadi, davanti alla televisione. E si perde di vista il senso di condivisione, di passione, che è il vero ruolo di questo sport.
Le immagini più ricorrenti sono i lanci di banane, di sassi contro i pullman, gli scontri tra tifosi, i cori razzisti e recentemente anche i colpi di pistola. Questo non è ammissibile, non rende giustizia al gioco.
Di fronte alla violenza la massima rigidità è d’obbligo, ma non può bastare. Il problema è culturale, etico e non si può risolvere solo punendo. Occorre infondere la cultura, ma occorre anche insegnare e tramandare. Ci vorranno anni, è un processo lungo. I bambini imitano, basta andare allo stadio e ci si accorge di come ogni gesto dei genitori venga subito ripetuto, così come ogni gesto o azione della vita quotidiana.
Ma il male non sono i tifosi, o parte di essi. I tifosi sono un patrimonio e senza di loro l’intero sistema crollerebbe. Immaginate stadi vuoti, senza cori, senza esultanze, senza nessuna partecipazione e senso di appartenenza. Sarebbe una macchina da presa senza voci.

Ma quali sono le possibili soluzioni? Si può partire dall’alto, ma si può partire, e credo si debba partire, anche dal basso. L’UEFA si è mossa con il fair play finanziario, ora bisogna guardare alle comunità di riferimento, occorre colmare quel gap di distanza tra società e tifosi.
La società moderna sta perdendo quel senso di comunità, di appartenenza e di partecipazione emotiva che rappresenta l’impegno reciproco assunto dagli individui al fine di alimentare e realizzare i valori e gli obiettivi comuni.
Il calcio ha bisogno di essere ripensato, i tifosi devono essere coinvolti, responsabilizzati, occorre dar loro la possibilità di entrare nella vita della società. In questa direzione va la Lega pro, che invita le istituzioni sportive nazionali a dare vita alla partecipazioni dei tifosi nella vita societaria, e il dl già firmato da 60 Parlamentari di diversi partiti che, se approvato e trasformato in legge, andrebbe a modificare una delle normative cardine dello sport del nostro Paese, la legge 91/1981 sul professionismo, nelle sue parti relative a proprietà e board di un club sportivo. Come? Ponendo il limite del 30% del numero di quote societarie che uno stesso soggetto può avere in mano e introducendo i comitati di tifosi. Un organo che «deve essere formato da un minimo di 100 ad un massimo di 1.000 persone elette ogni anno dagli abbonati della società sportiva» e dal quale dovranno passare tutte le decisioni più importanti della vita del club, compresa l’approvazione del bilancio.
In questa direzione si sono mosse negli ultimi anni molte società di calcio. Alcuni esempi sono dati da Modena, Mantova, Cesena, Carrarese, Vicenza. Ma molti altri si stanno attivando, basti pensare al Bari e al Padova calcio.
Questo è solo l’inizio, non può bastare. La potenza del calcio va sfruttata per creare valore sociale nella e con la comunità, attraverso progetti innovativi che vadano oltre le semplici iniziative verdi (ritiro estivo a basso impatto ambientale, raccolta differenziata, etc), un po’ asettici e spesso con il solo obiettivo di pura comunicazione e migliore reputazione. Occorre sviluppare progetti di comunità e di coesione sociale, di valorizzazione dei vivai, di educazione allo sport nelle scuole, creare collaborazioni con realtà non profit locali e ancora più importante di tutto, fare engagement con il territorio. Occorre in sintesi, integrare la responsabilità etica dentro gli obiettivi della società sportiva offrendo al contempo alle società strumenti di facilitazione di questi processi. Perché il legame con il proprio territorio va rafforzato per aiutare la comunità a crescere, offrendo e condividendo il proprio valore, unendo alla voce della società di calcio quella dell’intera collettività di riferimento.

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