Fare impresa sociale: con le Benefit Corporation si può

By staff 8 anni ago13 Comments
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La notizia è di una decina di giorni fa. Grazie alla firma del Governatore Andrew Cuomo, anche nello Stato di New York sarà possibile registrarsi come una Benefit Corporation, un’impresa che si dà come obiettivo statutario quello di avere un impatto positivo sull’ambiente e la società, vincolandosi a pubblicare ogni anno un report sulle proprie performance ambientali e sociali. Un’impresa che accetta di mettere la massimizzazione del profitto in secondo piano rispetto a finalità di tipo sociale.

Se a parole la cosa può sembrare una novità non molto rilevante, nella pratica si tratta di una vero e proprio cambio di paradigma.  Lo Stato di New York è il settimo Stato americano ad approvare una legge che riconosce legalmente le Benefit Corporation, dopo Maryland, California, Hawaii, Vermont, Virginia e New Jersey. Quando sarà possibile registrarsi come Benefit Corporation nella maggior parte degli Stati Uniti, allora potremo dire che sarà stata compiuta una piccola rivoluzione nel Paese che ha fatto della massimizzazione del profitto un sorta di religione.

Per capire fino in fondo quali sono le implicazioni di un tale cambiamento nello statuto di un’impresa occorre fare un passo indietro. Una Benefit Corporation è di fatto un’impresa che dichiara di non agire solo nell’interesse dei propri azionisti, ma in quelli della comunità in cui opera. Se il manager di una impresa tradizionale è obbligato a privilegiare gli interessi dei propri azionisti quando, di fronte a un dilemma, si trova a scegliere tra soluzioni che generano più profitti e soluzioni che tutelano maggiormente l’ambiente o i dipendenti dell’azienda in cui lavora, il manager di una Benefit Corporation invece è chiamato a fare esattamente l’opposto. E il fatto che questo principio sia sancito dallo statuto dell’impresa fa sì che egli sia legalmente vincolato a perseguire delle finalità sociali, pena il licenziamento o la citazione in giudizio.

Come forma giuridica la Benefit Corporation si inserisce quindi, in un certo senso, a cavallo tra profit e non profit. Se la sua applicazione fosse generalizzata risolverebbe non poche criticità per tutti quegli imprenditori sociali che si vedono costretti, all’atto di costituzione della propria organizzazione, a fare una scelta tra profit e non profit. Scelta che inevitabilmente penalizza una componente importante del loro fare impresa in un modo diverso. Per chi si muove in questo terreno in effetti la strada è stretta. Si rischia di essere considerati troppo commerciali per essere una non profit e troppo sognatori per essere imprenditori.

La forma giuridica Benefit Corporation invece conferisce dignità a quella che potremmo chiamare una giusta via di mezzo, stabilendo che possono esistere imprese commerciali che si danno obiettivi sociali ed ambientali stringenti, riuscendo a fare bene tutte e due le cose. Nessuno dice che questa “cosa” sia meglio o peggio di una impresa tradizionale o di una organizzazione non profit (e infatti  negli Stati Uniti nessuna agevolazione fiscale è concessa alle Benefit Corporation). Semplicemente si sancisce che esse sono una realtà diversa, che va guardata con occhi nuovi e valutata con parametri differenti. Una forma giuridica pensata per fornire più garanzie rispetto al perseguimento di obiettivi statutari di tipo sociale, capace allo stesso tempo di resistere all’urto di iniezioni di capitale senza snaturarsi e dimostrare che essi sono stati gestiti in modo corretto, generando impatti sociali ed ambientali positivi.

Ma da dove nascono le Benefit Corporation? Chi ha promosso questa particolare forma giuridica? Dietro ad un mondo che sta crescendo sempre di più c’è una organizzazione non profit chiamata B Lab che ha messo a punto il framework legistlativo che ha permesso alle Benefit Corporation di nascere e che valida il sistema di misurazione delle performance sociali e ambientali a cui essere devono fare riferimento quando rendono conto ai propri stakeholder delle loro azioni. Oltre a fare lobbying per fare in modo  che una legislazione favorevole alle Benefit Corporation venga approvata in sempre più Stati americani il B Lab ha ideato anche uno standard di certificazione che permette già oggi, alle imprese che dimostrano di raggiungere un certo livello di prestazioni ambientali e sociali di tutti gli Stati, di accreditarsi come Certified B Corp.

E in Italia? Una forma giuridica del genere ancora non esiste ma speriamo che le cose possano cambiare presto. Quando abbiamo fondato Make a Cube3 ci siamo ispirati agli stessi principi e abbiamo inserito nel nostro statuto particolari disposizioni che vincolano l’incubatore alla generazione di impatti sociali e ambientali positivi, introducono un cap alla remunerazione del capitale investito e pongono un limite al divario tra la retribuzione minima e massima all’interno dell’impresa.

Ci consideriamo in questo senso la prima low profit italiana, frutto di una riflessione di lungo corso attorno alle caratteristiche di una impresa a finalità sociale. Siamo consapevoli del fatto che ad oggi l’inserimento di finalità e vincoli sociali all’interno dello statuto di una srl costituisca in alcuni ambienti poco più di una provocazione intellettuale. Ma è il modello d’impresa in cui crediamo e speriamo attraverso la nostra attività di contagiare molti altri imprenditori. A quel punto anche il legislatore italiano potrebbe arrivare ad accorgersi delle presenza di qualche novità sotto il sole.

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13 Comments

  • Susannah scrive:

    Non c’è molto novità qui. Dal inizio del 1900 c’erano i “public benefit corporations” creato dai governi con scopo pubblico ma gestito come un business (i.e. vari porti nel mondo). Con la privatizzazione dai diversi settori, c’erano diversi form di organizzazioni per facilitare il percorso dal più pubblico al più privato (come gestione) e questo format e la prossima evoluzione del scopo (dal più privato al più pubblico). Finché diventa una cosa davvero riconoscibile fuori dal schema di B-Corp, non funzionerà molto perché non ci sono gli agevolazioni fiscali (tax advantages) di un non-profit. Hanno provato qualcosa simile nel UK qualche anni fa ma hanno dovuto ritirarlo.

  • staff scrive:

    la novità è che una impresa come patagonia decide di registrarsi con questa forma. http://ht.ly/8gWVi . (davide agazzi)

  • bruno scrive:

    Leggendo l’articolo mi sono sentito meno solo nel panorama dellìimprenditoria sostenibile italiana e mondiale. La società per cui lavoro si occupa di cosmetici professionali organici con materie prime derivate da agricoltura biologica. I flaconi che utilizziamo sono derivati al 100% dalle foglie del mais e sono compostabili. Ci siamo noi e l’acqua Sant’Anna in Italia. E’ difficile lavorare in condizioni di isolamento , si rischia di essere considerati strani e delle mosche bianche. Ma noi andiamo avanti e puntiamo sulla nuova coscienza più sensibile al riguardo delle tematiche del pianeta e della salute umana. Crediamo di più nel singolo cittadino che nelle istituzioni governative. Siamo noi cittadini che possiamo spronare le industrie al cambiamento con quello che decidiamo di acquistare possiamo premiare e incentivare o possiamo negare il nostro consenso commerciale a quelle imprese che agiscono senza responsabilità e con criteri novecenteschi.

  • Barbara scrive:

    Noi abbiamo appena fondato una societa’ in italia ispirandoci al concetto di societa’ “low-profit” di make a cube. A statuto abbiamo voluto insere chiaramente che l’attivita’ economica e’ solo un fine per raggiungere utile sociale ed ambientale, ma e’ stata dura convincere il notaio che questo puo’ essere il fine dichiarato di una s.r.l.!
    ce ne e’ ancora parecchia di strada da fare…..ma precendenti come questi aiutano, ispirano, ed aprono porte!

  • staff scrive:

    grazie per condividere con noi le vostre esperienze. la strada è ancora lunga, è vero. ma sono parecchie le cose che si muovono, per fortuna!
    barbara ci potresti mandare qualche informazioni in più sulla tua società? siamo molto curiosi!

  • Barbara scrive:

    stiamo lavorando al lancio ufficiale e ci faremo vivi non appena sara’ possibile…si tratta comunque di cibo e chilometri, di rapporti sociali e sostenibilita’ economica, di valorizzazione del territorio e delle communita’ locali….

  • Non credete che una Mutua Auto Gestione abbia delle affinita’? Gradirei un giudizio.

  • staff scrive:

    delle affinità per quanto riguarda le finalità ci sono sicuramente. a variare è la forma giuridica (quella di un’impresa commerciale) e la possibilità di distribuire gli utili dell’attività (davide a)

  • Barbara scrive:

    Rieccoci! La nostra impresa a “responsibilita’ sociale e profitto limitato” si chiama Food Republic e potete trovare tutte le informazioni su https://www.facebook.com/pages/Food-Republic/254001411340530
    nelle prossime settimane cercheremo un confronto su come strutturare il progetto pilota e la pagina facebook appena creata ci servira’ come prima piattaforma per reccogliere suggerimenti!

  • Chiara D. scrive:

    Come ti capisco!!! Anche noi costituiamo una srl tra 2 gg e ci abbiamo messo più di un mese a farci validare da notaio e commercialista l’oggetto sociale, visto che si tratta di progetti legati alla sostenibilità ambientale e alla valorizzazione del territorio…! Però devo ammettere che anche noi abbiamo la percezione che qualcosa si stia muovendo e che siamo sulla buona strada per realizzare aziende che siano sempre più spesso contenitori di valori (veri), persone (motivate), risorse (non sfruttate). La strada di certo è lunga, ma come si usa dire, il bello è il percorso, non la meta ;))

  • Simona scrive:

    Salve sono una studentessa di economia, volevo sapere se avevate del materiale (libri, articoli, saggi) da consigliarmi sul tema della business corporation!!!! Vi ringrazio!!!!

  • Simona scrive:

    scusate: benefit corporation

  • Paolo Di Cesare scrive:

    Ecco la prima B Corporation certified italiana.
    Nativa. http://Www.nativalab.com.

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