I gilet gialli e la transizione giusta

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La rivolta dei gilet gialli, in Francia, è stata innescata da una misura di fiscalità ambientale (alcuni dicono una misura di fiscalità mascherata da ragioni ambientali, ma è lo stesso), l’aumento del prezzo della benzina. L’idea del governo, condivisibile in via di principio, è che occorra scoraggiare l’uso dei mezzi di trasporto che causano maggiori emissioni inquinanti. Come tutte le imposte indirette, questo tipo di tributi pesa di più sui ceti meno abbienti, perché non sono collegati al livello di reddito. Comprensibile, quindi, che abbia suscitato la reazioni delle periferie sociali.

In Italia, il Governo aveva annunciato di voler imporre una tassazione più alta per i veicoli a maggior impatto ambientale. Poi, nella versione finale della legge di bilancio, la misura ha assunto una forma molto diversa, ma il solo fatto di averla pensata ha scatenato proteste e minacce, più dal fronte  dall’industria (e degli enti locali preoccupati per le ricadute occupazionali) che dai consumatori. FCA, nel solco della tradizione Fiat, ha subito minacciato di ritirare il piano d’investimenti sui siti produttivi italiani.

Casi molto diversi (soprattutto per le reazioni), ma con un punto importante in comune: quando la lotta al cambiamento climatico tocca il portafoglio, gli affilati ambientalisti tendono ad affievolirsi e a lasciare il posto ad atteggiamenti ben meno universalisti e a strenue difese dello status quo. Non che debba sorprendere, è ovvio. Ma, se vogliamo essere coerenti, occorre riconoscere alcuni punti di realtà.

La premessa è che la prospettiva di una low-carbon economy non comporta solo un cambiamento del mix delle fonti utilizzate per la produzione di energia, ma una vera e propria riprogettazione dell’intero sistema produttivo. Questo significa che alcuni settori industriali e alcune filiere sono destinate a scomparire, altre ad evolvere, altre a nascere. Ma la transizione non sarà indolore. Costerà, e anche molto. Moltissime imprese chiuderanno; migliaia di persone perderanno il proprio lavoro. Altre opportunità si creeranno (nuove imprese, nuovi posti di lavoro), ma non sarà sempre possibile un semplice “travaso”, per evidenti ragioni di competenze e di modelli.

Le risorse per finanziare la transizione saranno solo in parte pubbliche. Il grosso arriverà da soggetti privati, che sposteranno masse significative da asset investiti in settori destinati al declino per riallocarli verso quelli emergenti. Questo non vuol dire che le politiche pubbliche non avranno un ruolo importante – anzi: la leva fiscale, in particolare, sarà fondamentale per modificare in tempi più rapidi possibili le funzioni di convenienza degli operatori economici e finanziari. E qui torniamo ai gilet gialli: quello che ha reso tanto impopolare la misura non è tanto il fatto che fosse una tassa ecologica, ma che sia stata percepita come iniqua – che, cioè, il costo del cambiamento non sia stato distribuito secondo criteri di equità, penalizzando alcuni rispetto ad altri (nella fattispecie, i poveri della Francia rurale rispetto ai ricchi parigini).

Il tema quindi è quello di una transizione giusta, cioè in grado non solo di perseguire gli obiettivi stabiliti dalle Nazioni Unite, ma di farlo in modo equilibrato. Da questo punto di vista, misure estemporanee sono estremamente pericolose perché, per definizione, si concentrano su un aspetto specifico e quindi colpiscono singole categorie di cittadini. Occorre una riforma fiscale di ampio respiro, coerente con un piano di riforme strutturali dell’economia e della finanza. In mancanza, ci esporremo inevitabilmente a opposizioni tanto ostinate quanto, a ben vedere, prevedibili.

(Davide Dal Maso)

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