Rinnovabili: oltre le logiche speculative, per rispondere alle esigenze dei territori
Sustainable Innovation
Da qualche tempo qui in Avanzi stiamo riflettendo attorno al concetto di rinnovabili di comunità. Ci siamo messi in testa di promuovere lo sviluppo di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, di taglia media, basandoci sul modello di azionariato diffuso. Cittadini che si mettono assieme per investire sul loro futuro (rinnovabile). Progettando impianti che rispondano prima di tutto alle esigenze dei territori in cui saranno inseriti. In Europa succede già. Cosa stiamo aspettando?
Gli impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili incontrano sempre più spesso opposizioni sul territorio. Accade che i cittadini non sono più disposti ad accettare nemmeno quegli impianti a zero emissioni di CO2.
Perché accade questo? Semplicemente perché chi li realizza è quasi sempre un soggetto esterno al territorio, interessato ad ottimizzare i propri investimenti senza badare agli interessi locali. In sostanza, grazie anche alle tariffe incentivanti tra le più alte in Europa (giusto le isole greche avevano tariffe superiori rispetto a quelle italiane del secondo conto energia) gli impianti da fonti rinnovabili hanno attratto interessi finanziari più che imprenditoriali, con ricadute pressoché nulle per le comunità che li ospitano (e ci convivono). Le nuove tariffe, pur adeguandosi alla riduzione dei costi dei componenti di questi impianti, restano complessivamente elevate e non modificheranno questo scenario.
Capiamoci, di per sé il fatto che si realizzino impianti a fonti rinnovabili ha sicuramente un effetto positivo: nella maggior parte dei casi, avendo priorità di dispacciamento, riducono la produzione di energia da fonti fossili (laddove la rete di distribuzione e trasmissione risulta adeguata a sopportare questi carichi) e permettono all’Italia di avvicinarsi all’obiettivo del 17% di produzione energetica da rinnovabili al 2020. Tuttavia bisogna evitare che l’opposizione a questi progetti cresca a tal punto da rendere eccessivamente lungo e farraginoso il loro processo autorizzativo.
Allora che fare? Le recenti modifiche del conto energia iniziano a favorire progetti che non hanno una logica meramente speculativa. In effetti inizia ad essere profittevole produrre il giusto quantitativo di energia: per esempio il fotovoltaico sui tetti dei capannoni industriali, dove peraltro avviene il consumo di energia nel corso delle ore di irraggiamento (e non più sterminati campi fotovoltaici su terreni agricoli). Ma questo basterà? Per il fotovoltaico forse sì, per gli altri impianti è più difficile dirlo.
A partire dalla riflessione rispetto a questi elementi e prendendo spunto da alcuni buone pratiche europee (Energy4All in Inghilterra, Enercoop in Francia, Ecopower in Belgio, etc.), bisogna chiedersi se è possibile rovesciare il punto di vista: possono le comunità locali organizzarsi e realizzare impianti di produzione energetica capaci di conciliarsi con le peculiarità del territorio? Noi crediamo di sì.
E per farlo stiamo promuovendo anche in Italia lo sviluppo di impianti di comunità basati su un modello cooperativo di gestione delle fonti rinnovabili come fossero public utilities. Nelle cooperative di utenti, i soci sono allo stesso tempo produttori e consumatori (prosumers), dando vita ad un circolo virtuoso di gestione dell’energia.
Ovviamente il processo non è scontato, ma potrebbe portare a una vera e propria rivoluzione nel modo di intendere l’energia.






