Sovranismo e sostenibilità

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La dichiarata e rivendicata natura “sovranista” del Governo italiano ha riportato in auge il dibattito sulla sensatezza e sulla praticabilità di un modello che enfatizza l’indipendenza e l’autonomia degli Stati rispetto ai grandi problemi della contemporaneità.

Tecnicamente (prendo la definizione da Wikipedia), il sovransimo è una dottrina politica che sostiene la preservazione o la ri-acquisizione della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in contrapposizione alle istanze e alle politiche delle organizzazioni internazionali e sovranazionali.

Il tema, in Italia, si pone soprattutto in relazione al rapporto con l’Unione Europea, il cui fondamento è appunto rappresentato, invece, da una cessione di sovranità da parte degli Stati membri. Ma, al di là della tendenza, che trascende spesso nel ridicolo, ad attribuire all’UE le colpe di tutti i mali che affliggono il nostro Paese, si registra un’avversione “a prescindere” nei confronti di qualsiasi luogo di decisione che non sia quello statale, sia che abbia una connotazione politica o tecnica o giurisdizionale. L’identità nazionale viene affermata per differenza, cioè per alterità – spesso, se non sempre, in forma conflittuale.

Non voglio qui affrontare la questione in termini generali né difendere (a mia volta, “a prescindere”) la qualità del lavoro di queste organizzazioni – che pure, ovviamente, hanno i propri limiti e i propri difetti. Quello che mi piacerebbe discutere è l’adeguatezza di un approccio sovranista ai temi che meglio conosco, cioè quelli dello sviluppo sostenibile.

Nei giorni scorsi, ha avuto ampia visibilità una trasmissione televisiva in cui il ministro Salvini spiegava tra le altre cose a un gruppo di alunni di una scuola primaria (sic!) che cosa intendesse per sovranismo. La sintesi del ragionamento (il video integrale è visibile qui; il passaggio citato si sente al minuto 18) è: l’Europa (ma il discorso può essere esteso a qualsiasi sede di negoziato) funziona come una classe; si parla, ci si confronta, ma alla fine ogni membro è libero di agire come ritiene giusto. L’argomento potrebbe avere una sua logica se l’oggetto del contendere riguardasse solo i singoli membri del gruppo, individualmente, e non avesse effetti sugli altri. In classe si può parlare, per esempio, di che cosa fare da grandi – e in questo caso, ovviamente, ciascuno farà le proprie scelte. Ma se la questione è a che ora fissare l’intervallo, non è pensabile che, dopo la discussione, ognuno poi sia libero di farlo quando gli pare. I meccanismi per arrivare alla decisione possono essere diversi (la stabilisce un terzo, la maestra, oppure si va per consenso oppure per maggioranza…), ma, una volta definito e applicato il metodo, l’esito deve valere per tutti.

Riportato il ragionamento sui temi di sostenibilità, a mio avviso non esiste un solo serio problema ambientale o sociale che possa essere ragionevolmente affrontato e risolto a livello nazionale. Non il cambiamento climatico, non le migrazioni, non la perdita di biodiversità. Nessuno. E mi pare ridicolo anche solo pensarlo. L’isolazionismo, inteso come primazia degli interessi specifici di un Paese (ma, a ben vedere, si tratta piuttosto degli interessi del gruppo che lo governa) rispetto a quelli collettivi, è un’opzione perdente. Immaginare di gestire questi problemi utilizzando le sedi di negoziazione in modo opportunistico, cioè assumendo che i partecipanti, dopo aver discusso, non siano poi vincolati a obbligazioni reciproche, significa solo incentivare il free riding.

Si prenda il caso del riscaldamento del pianeta: chiunque sia dotato di buon senso capisce che solo attraverso un’azione collettiva e coordinata si può produrre qualche effetto. Eppure molti Paesi ritengono che ogni intervento debba essere valutato attraverso il filtro dei propri interessi specifici – il che, chiaramente, blocca qualsiasi intervento di portata globale e finisce col danneggiare tutti. Ma lo stesso meccanismo si registra anche a su scala più piccola: quello che il sovranismo afferma a livello statale, si riproduce in un confronto tra egoismi a livello locale. La società del rancore è espressione dei piccoli sovranismi individuali.

Dal punto di vista della sostenibilità, quindi, la prospettiva sovranista mi sembra non solo inefficace, ma molto pericolosa. Arrivo a dire, suicida. Quando il sistema arriverà al collasso, sarà ben poco consolante l’aver preservato l’identità nazionale e l’autonomia dei processi di decisione. Potremo dire di aver deciso in piena indipendenza la cosa sbagliata.

(Davide Dal Maso)

Category:
  Sviluppo sostenibile
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