Grandi imprese ed elusione fiscale: una questione di etica e di coerenza

By Elena Merlo 6 years ago6 Comments
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Periodicamente ritorna il dibattito sull’elusione fiscale delle grandi imprese, che, stabilendo la propria sede legale in Paesi con un regime fiscale particolarmente favorevole, evitano di pagare le tasse in quelli in cui il reddito viene effettivamente prodotto. Hanno suscitato una forte indignazione i casi internazionali di Amazon, Google ed Apple; a livello italiano, la polemica è stata riaccesa dalla decisione del gruppo Fiat di trasferire in Gran Bretagna la sede della holding che controlla le società operanti nel settore dei veicoli industriali. Il problema non è solo quello, ben noto, dei paradisi fiscali, ma anche quello delle differenti aliquote applicate all’interno della stessa Unione Europea, che spinge le imprese verso un arbitraggio fiscale e produce, di fatto, un fattore di concorrenza interna anomala.

La questione è complessa sotto il profilo tecnico e non tutte le situazioni sono uguali – ma è evidente che il nodo è politico (se ne è occupato anche il Consiglio UE nei mesi scorsi) e, dal nostro punto di vista, etico. Per chi si occupa di responsabilità sociale di impresa, questo tema è assolutamente paradigmatico: l’elusione fiscale, infatti, è la risposta vera alla domanda a chi devono rispondere i manager. Detta nel nostro linguaggio, nei confronti di chi essi assumono i doveri fiduciari. Se i manager ritengono di dover fare solo o principalmente gli interessi degli azionisti, essi hanno il dovere di ricercare le soluzioni fiscali più vantaggiose (è evidente che, minore l’aliquota di corporate tax, maggiore sarà la quota di utili da destinare ai dividendi) – fermo restando il limite della legalità. Viceversa, se ritengono che l’impresa non sia solo un contratto tra investitori, ma una istituzione che risulta dall’accordo di una pluralità di attori (un contratto sociale con gli stakeholder), allora diventa doverosa la restituzione alla comunità di parte del valore creato, attraverso i meccanismi redistributivi della tassazione.

Il mio punto non è che un’impresa, per essere socialmente responsabile, debba pagare più tasse possibili. È che deve essere onesta e coerente rispetto alle dichiarazioni che fa. Non si può dire che le comunità sono stakeholder fondamentali, che l’impresa è radicata nei territori, eccetera e poi sottrarsi al primo dovere di contribuzione ai bisogni sociali.

Certo, si potrebbe discutere di come si debba interpretare il concetto di comunità per un’impresa globale; ma qui il punto non è se pagare le tasse in un posto o in un altro, quanto se pagarle o meno. Le giustificazioni talvolta opposte dalle imprese, secondo cui in realtà non c’è un danno reale per gli erari, sono francamente risibili: se queste operazioni di “ottimizzazione fiscale” vengono fatte, è perché qualcuno (gli azionisti, evidentemente) ci guadagna – il che implica che qualcun altro (gli Stati) ci perda.

E, del resto, non è un caso se, nei bilanci di sostenibilità e nelle sezioni CSR dei siti delle società, il tema della tassazione sia sempre trattato nei paragrafi sulla dimensione economica della sostenibilità – cioè è visto solo come onere, non come opportunità di contributo allo sviluppo del territorio. E, per converso, il capitolo sulle comunità contiene sempre e solo la descrizione delle pratiche di donazione.

La dichiarazione che si trova sul sito di Amazon (una delle società che ha fatto uso più massiccio di questi strumenti di elusione fiscale) è emblematica: “We also contribute to the communities where our employees and customers live. Our contributions can be seen in many ways – through our donations to dozens of nonprofits across the United States, through the disaster relief campaigns that we host on our homepage, through our employees’ volunteer efforts, through the grants that we make to the writing community ...” Siamo ancora alla “logica dei due tempi”: faccio più utili possibili (anche grazie alla riduzione del carico fiscale) e poi, eventualmente ed arbitrariamente, ne restituisco alla comunità una parte (certamente minore di quella che sarebbe stata assorbita da un prelievo fiscale equo).

Mi sembra, allora, che il livello di contribuzione fiscale diventi un indicatore davvero chiave* della reale gerarchia degli stakeholder in azienda (nelle dichiarazioni, come si diceva, sono tutti importanti, ci mancherebbe). Se i manager vengono premiati per quante tasse fanno “risparmiare” (quando Fiat Industrial annunciò il trasferimento della sede in Uk, gli analisti apprezzarono molto e il titolo ne beneficiò) è evidente quali siano i soggetti i cui interessi essi sentono di dover tutelare – e anche a scapito di chi farlo.

Certo, a nessuno fa piacere pagare le tasse. Ma, come ebbe a dire l’ex ministro Tommaso Padoa Schioppa, “dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima e civilissima, un modo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili come la salute, la sicurezza, l’istruzione e l’ambiente”.

* nota per gli addetti ai lavori: da questo punto di vista, il caro, vecchio e talvolta bistrattato schema di ripartizione del valore aggiunto, elaborato a suo tempo dal GBS, andrebbe rivalutato.

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  Innovazione di Impresa
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6 Comments

  • Nicolò says:

    Bravo, la degenerazione della società dipende anche dalla social irresponsability e dall’ignoranza delle aziende !!!
    Nicolò Boggian

  • Antonino Trunfio says:

    Sarò sintetico : non si potrà mai parlare di etica e responsabilità sociale, ma solo proclamarle come slogan pubblicitario, fintanto che chiunque, individuo singolo o azienda o organizzazione, senza il proprio deliberato e autonomo consenso accetta di ricevere qualcosa che è disposto a pagare. Di cosa abbia detto Padoa Schioppa, e tutti quelli che prima e dopo si affannano a trattare l’argomento fisco e tasse, è presto detto : le tasse sono lo strumento per ottenere potere di spesa pubblica, la spesa pubblica serve ilusoriamente a creare e fornire servizi, ma concretamente solo a distribuire privilegi e drogare ilmercato e i bisogni e le aspirazione delle persone. La spesa pubblica permette di ottenere il consenso elettorale. Questo è un triangolo della morte, i cui segni sono davanti ai nostri occhi, e non solo in itaGlia. Quindi che le aziende come Google, o Amazon, cerchino di sottrarsi ai sistemi fiscali infernali come quello itaGliano, è cosa buona giusta. Trattasi infatti di leggittima difesa rispetto a una rapina e a un rapinatore : lo stato e i suoi parassiti. In itaglia, si consolino quelli che amano le tasse e credo che servono a creare la giustizia e lo sviluppo, e si tengano i Boccia, parassita del pd, che si è inventato la web tax. Inqualificabile deficiente. http://www.rischiocalcolato.it/2013/11/boccia-lennesimo-parassita-in-erba.html
    A.T.

  • Giuseppe says:

    Interesante articolo che meriterebbe magari di essere + propagandato e magari inserito su Facebook, invece delle solite stupidate, ma non sono iscritto.
    Basterebbe boicottare i “marchi” che delocalizzano i profitti e che pagano gli oneri altrove, cosa che reputo difficile…
    Quindi soppiantare i prodotti/marchi multinazionali ed agire con un consumo più consapevole, magari descrivendo/ propagandando i marchi di aziende italiane vere, ammesso che c’è ne fossero ancora…
    Si parla molto di imprese equosolidali, etiche, ecc. Ma quanto esse possono mai incidere… ?
    Una sorta di autarchia forse potrebbe essere interessante, ma stride in questo caos fiscale iniquo governato dagli adepti della “santa” (per loro) Europa unita.

  • luigi says:

    …Condivido l’obiettivo: “è bello pagare le tasse” .!
    Tale percorso ha il sapore di un’utopia, quando invece, potrebbe avere buona opportunità di successo, se affrontato proprio come una ” missione possibile”.!
    Non servono tanti soldi …….non serve “un esercito” … serve “una sporca dozzina” di competenze mirate a progressare (fare progresso) i mercati,… e Voi le avete.
    Auguri di buon anno e tante buone missioni.
    W Avanzi.org
    Cordiali saluti
    luigi ferro

  • marco rossi says:

    Mancano esempi di società italiane tipo Dolce& Gabbana , ERG e tante altre…..

  • gian luigi says:

    Ma quale degenerazione!
    Le imposte sono un contributo finalizzato alla copertura finanziaria del funzionamento dello stato e dell’erogazione di alcuni servizi fondamentali.
    Ormai da decenni la classe politica (la casta) le ha usate come rimborso a piè di lista delle ruberie, degli sprechi, dei privilegi, degli omaggi retributivi ai dipendenti pubblici, e via di seguito, in totale dispregio delle esigenze – tra l’altro – delle imprese e degli imprenditori che non possono imporre ai clienti aumenti di prezzo indiscriminati per coprire i costi aziendali.
    In italia tutti hanno diritti inalienabili, mentre gli imprenditori hanno solo doveri: ma quando mai!
    Si sono aperte le frontiere e le imprese devono competere in un mercato aperto e agguerrito: che la struttura pubblica faccia lo stesso e prenda atto che non è possibile erogare servizi pessimi a costi stratosferici.
    Naturalmente l’erba del vicino è sempre più verde: solo chi fa impresa in Italia e all’estero può capire quai siano le ragioni che spingono alla ricerca di un luogo dove sia possibile lavorare seriamente senza essere costantemente rapinati, non solo del denaro, ma anche del tempo, delle risorse dedicate alla gestione del disservizio degli uffici pubblici.
    Chi si lamenta che qualcun altro guadagna troppo, può sempre avviare un’attività in proprio, oppure investire i propri risparmi e rischiare in proprio in una nuova attività, in modo da capire se sia così semplice rinunciare alle tutele proprie del lavoro dipendente (ferie, malattia, pensione, illicenziabilità quasi assoluta) e affrontare la competizione vera.
    Viva il coraggio di rischia, guadagna, e si tiene un po’ di fieno in cascina per la sicurezza propria e della propria famiglia.

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