Istat e CSR Manager network uniscono le forze

By Elena Merlo 8 years ago3 Comments
Home  /  Innovazione di Impresa  /  Istat e CSR Manager network uniscono le forze

Come oramai da tradizione, consolidata nelle sue sette edizioni, anche quest’anno a Gennaio l’Associazione Bancaria Italiana ha organizzato il CSR Forum, appuntamento in cui fare il punto su trend e prassi inerenti la CSR nel settore bancario, ma con uno sguardo ben più ampio verso l’intero sistema-paese. Tale salto di qualità, che lega in un passaggio logico quanto sequenziale il livello micro a quello macro, è stato quest’anno sottolineato da un illuminante intervento di Enrico Giovannini, presidente ISTAT e membro della commissione, che annovera tra i suoi membri pensatori del calibro di Joseph Stigliz, Amartya Sen e Jean Paul Fitoussi, solo per citarne alcuni, istituita dal presidente francese Nicholas Sarkozy. Obiettivo del gruppo di lavoro insediato a Parigi è la definizione di un quadro teorico e di metriche per la misurazione del benessere di un paese, che consenta di superare la logica, limitante e talvolta fuorviante, di un approccio  fondato su un unico indicatore, il Prodotto Interno Lordo, del quale già i suoi ideatori avevano denunciato i limiti nell’utilizzo come termometro del benessere nazionale.

Giovannini infatti ha sottolineato l’importanza di sviluppare un sistema di rilevamento in grado di meglio catturare i diversi aspetti del valore creato dall’attività economica, sociale e culturale di uno stato, ribadendo tuttavia come lo stesso valga a livello micro per le imprese. Così come la politica deve essere accountable nei confronti della cittadinanza, garantendo una informazione trasparente sui propri meriti e demeriti nel contributo all’accrescimento del benessere, allo stesso modo deve essere possibile per i diversi portatori di interesse di una impresa poter disporre di metriche condivise, sulla base delle quali poter valutare non solo la bontà delle scelte strategiche implementate dal management, ma anche il valore da queste complessivamente generato. Un valore che, nelle parole dello stesso Giovannini, non è più (se mai lo fosse mai stato) assimilabile al solo profitto, ma che è qualcosa di sempre più vicino, nella concezione degli stessi CEO delle corporation, al concetto di valore condiviso. La logica che sottende il legame tra i due livelli è che il macro, ovvero lo stato come insieme di attori sociali, null’altro è che un mosaico di tessere micro, in cui i contributi dei singoli attori economici, assommandosi, concorrono al conseguimento del risultato aggregato. Di conseguenza, se è vero come è vero che il come si misurano e, di conseguenza, si valutano i comportamenti incide conseguentemente sulla  condotta dei singoli decisori, è essenziale sviluppare un quadro ampio di indicatori statistici, in grado di favorire ai vari livelli comportamenti virtuosi, contenendo gli effetti negativi del meccanismo distorsivo prima citato.

Partendo dal livello macro, Istat e Cnel hanno negli ultimi mesi avviato un processo comune per costruire degli indicatori di benessere ecosostenibile, partendo dalla individuazione di 12 domini. La commissione che dirige il processo formulerà una prima proposta tra qualche settimana, per dare poi spazio e tempo nel mese di marzo ad una consultazione, mediante dibattiti congiunti. I feedback ricevuti in tale fase dialettica con la società civile forniranno un prezioso bagaglio di informazioni per una eventuale revisione, che condurrà, nel mese di  maggio, al varo della versione definitiva degli indicatori ed alla pubblicazione di un report a giugno, che darà poi avvio alla fase sperimentale di rilevazione. Questa iniziativa congiunta Istat-Cnel pone l’Italia all’avanguardia in Europa nel processo di superamento del PIL come indicatore, accreditandoci come promotori ed animatori di un analogo progetto di respiro europeo, lanciato nel 2009 dalla comunicazione della Commissione Europea GDP and Beyond, per la quale è prevista un aggiornamento nel 2012. Il presidente Istat ha proseguito sostenendo che tale appuntamento costituisca una occasione unica per declinare a molteplici livelli l’idea di un diverso approccio per misurare il benessere prodotto e, conseguentemente, di un diverso sistema di incentivi sulla base del quale valutare e premiare i comportamenti dei decisori, rendendo pertanto possibile la definizione di un nuovo paradigma di crescita, che risulti sostenibile in una visione di più lungo periodo.

A livello macro infatti si ha l’occasione di legare  la nuova politica di coesione territoriale europea, che parte dal 2013-14 ed ha un orizzonte temporale di riferimento di 7 anni, ai risultati di questo lavoro statistico. Tale politica individua poi anche un livello meso, essendo incentrata sul coinvolgimento delle comunità locali e su indicatori di benessere locali per la misurazione dell’efficacia degli investimenti, ed in quanto favorisce un processo di partecipazione che coinvolga tutti gli stakeholder, in modo anche da rendere le politiche tracciabili e valutabili ex post. Seguendo questa chiave di lettura, inoltre, Giovannini individua come la recente comunicazione sulla CSR della Commissione consenta di chiudere il cerchio, declinando anche a livello micro, ovvero di singola impresa, un nuovo modo di intendere tanto il concetto di responsabilità sociale, quanto quello di creazione di valore.

Sposando la logica del mosaico che lega strutturalmente il risultato macro a quanto conseguito a livello micro, il CSR Forum 2012 è stata l’occasione per presentare una iniziativa congiunta Istat-CSR Manager Network finalizzata a replicare, a livello statistico, il legame logico macro-micro. Tecnicamente si tratta di  definire un insieme di indicatori multi livello per misurare il contributo delle singole aziende allo sviluppo sostenibile del sistema macroeconomico. Il progetto vuole in sostanza individuare un collegamento tra  gli indicatori socio-ambientali utilizzati dalle imprese per la rendicontazione extra-finanziaria e le rilevazioni statistiche nazionali, rendendo possibile la definizione di indicatori aggregati di sostenibilità, all’interno dei quali sia possibile tracciare il contributo di singoli attori economici al benessere nazionale.

Operativamente il tentativo di gettare un simile ponte tra i due livelli si fonda su una procedura bottom-up a step successivi. Dapprima infatti il gruppo di lavoro, partendo dal framework GRI, di fatto nella prassi lo standard di riferimento per le maggiori imprese italiane in tema di bilancio di sostenibilità, ha selezionato tra i 57 indicatori numerici proposti dallo standard, i 20 ritenuti più importanti, dai CSR manager italiani, per il contributo della grandezza da essi misurata alla competitività e per la rispondenza alle esigenze degli stakeholder. Successivamente è stata condotta, su un campione di 12 aziende, una analisi di comparabilità dei dati forniti in relazione ai 20 indicatori GRI individuati al passo precedente. L’ampia discrezionalità di interpretazione garantita dallo standard internazionale, di cui talvolta le imprese nostrane, ma non solo, in verità hanno abusato, è la principale causa individuata per spiegare la sostanziale incompatibilità, allo stato attuale, delle informazioni fornite da imprese diverse. Istat, con le sue competenze tecniche, la sua autorevolezza e i propri protocolli di calcolo ha in questa fase fornito un supporto determinante per l’elaborazione di metriche e rilevazioni statistiche uniformi, che creassero un linguaggio di rendicontazione per quanto possibile omogeneo e comunque tale da consentire la comparabilità di uno stesso dato tra due imprese diverse. Secondo, e forse più importante, punto di intervento dell’ufficio di rilevazioni statistiche nazionale è stata l’individuazione di quali indicatori GRI, tra i 20 ritenuti rilevanti, fosse in grado di giungere ad una computazione sulla base delle informazioni da essa già rilevate tra le aziende italiane. Si è giunti così all’output finale, ovvero all’individuazione di 9 indicatori, che costituiscono il  terreno minimo da condividere, tra CSR Manager Network ed Istat, per uniformare le informazioni raccolte a livello di metriche, tassonomie e base di calcolo, su scala nazionale. Obiettivo di questo primo progetto pilota, su questi 9 indicatori, è di riuscire a coinvolgere un campione di 50 imprese, tra le quali le imprese nazionali quotate più importanti per capitalizzazione, che si spera potranno poi fare da traino per l’intero mercato. Un passo decisamente più ambizioso, ma lontano nel tempo, è poi quello di attivare uno scambio di know how ed informazioni virtuoso, integrando nelle statistiche Istat alcuni indicatori rilevanti del GRI e, viceversa, suggerire l’introduzione di nuove metriche, rilevanti per Istat, nel framework dello standard internazionale.

L’impressione che se ne trae è che la riflessione teorica abbia certamente colto l’opportunità, presentata, seppur a caro prezzo,  dalla crisi economica e sociale in atto, di soffermarsi ad esplorare nuovi paradigmi concettuali, rimettendo in discussione quelli consolidati e spesso assurti a dogma negli ultimi decenni. Il filo logico della speculazione del Dottor Giovannini è in questo senso illuminante ed esplicativo. Le note forse più dolenti vengono invece dalla traduzione concreta di tanta meditazione: ad oggi, infatti, solo 5 imprese (Autogrill, Generali, Holcim, Terna ed Unipol) si sono dette disposte ad essere coinvolte nello step due del progetto CSR Manager Network-Istat. Questo deserto è probabilmente un sintomo, non certo confortante, su quanto ci sia ancora da fare per rimuovere inerzie culturali ed organizzative nel modo di pensare, fare business e competere delle imprese italiane.

 

Matteo Boccia, Forum per la Finanza Sostenibile

Categories:
  Innovazione di Impresa, Valutazione di Impatto
this post was shared 0 times
 000

3 Comments

  • davzan says:

    Quali sono i nove indicatori GRI che avranno una correlazione con le statistiche nazionali?

    Mi chiedo se tale consapevolezza improvvisa sullo sviluppo sostenibile a livello paese non sia il segno di una crisi di PIL irreversibile… o forse visto che non cresce più è un modo per distogliere l’attenzione?! l’indicatore di sostenibilità potrebbe anche farci scoprire che l’Italia è il paese più sostenibile al mondo…

  • Boccia says:

    I nove indicatore cui ci si riferisce non sono quelli che saranno correlati, ma che già oggi, risultano coperti (ovvero calcolabili sulla base di informazioni già campionate) da istat. Step uno è il perseguimento della comparabilità su di essi. Lo step due è di correlarne altri e suggerire altre metriche attualmente non contemplate nel G3.1. Comunque i 9 indicatori ad oggi sono:

    – Valore economico generato [EC1]
    – Consumo diretto di energia per fonte [EN3]
    – Investimenti per tutela ambientale [EN30]
    – Lavoratori per tipo, per contratto e territorio [LA1]
    – Turnover del personale per età, sesso e regione [LA2]
    – Ore medie di formazione pro capite (…) [LA10]
    – Rapporto dello stipendio uomini/donne [LA14]
    – Tasso di rientro post-maternita [LA15]
    – Numero di incidenti di discriminazionee azioni correttive [HR4]

    Che il commitment politico sull’elaborazione di un nuovo sistema di rilevazioni che abbia un esito spendibile a fini politici, se non prettamente elettorali, mi sembra abbastanza palese. E credo che il ragionamento non valga solo per l’Italia, ma sia estendibile a tutti i paesi che si sono mossi in tal senso, ove più ed ove meno. Unica eccezione, il piccolo regno del Bhutan, che è stato un precursore con il suo indice FIL (Felicità Interna Lorda) e dove, appartenendo alla dinastia regnante, il sovrano non ha il problema di gestione del consenso..un sovrano illuminato!

  • Per qualsiasi questito sullo studio, vi invito a scaricare il report di questa prima fase del progetto direttamente dal nostro sito del CSR Manager Network (sotto la voce ricerche). Sono bene illustrati i criteri di selezione che abbiamo utilizzato. Per ogni approfondimento sul nostro studio potete anche mandare una mail a: segreterianetwork@isvi.org.
    Con l’occasione tengo a precisare che le 5 aziende citate da Matteo Boccia non sono quelle che si sono rese disponibili ad essere coinvolte nello step 2 del progetto ma quelle che sosterranno economicamente il progetto. A queste se ne sono comunque già unite altre.
    Le aziende che si sono rese disponibili a collaborare sono invece molto numerose, segno del grande interesse delle aziende su questo argomento.

Leave a Reply